«La mia strada? È sulle montagne»
Giuliano Cavazzuti, alla guida del Cai di Modena dal 1993, racconta la sua storia e la sua passione
MODENA. «Ad un certo punto mi sono chiesto: io chi sono? Sono un carpigiano. Ossia una persona che si impegna a far fruttare qualcosa di diverso. E che, per quanto tenda ad agire da solo, è capace di condividere i frutti raccolti con la comunità. Ecco come veniva ritratto il carpigiano nel Medioevo. Me lo ha “rivelato” un amico che per un certo periodo, quando cioè esisteva ancora la biblioteca, è stato il custode del castello di Carpi. In sostanza sono un individualista riconoscente alle proprie radici».
Nato nel 1944 in una famiglia contadina originaria di Fossoli, ultimo di una tribù di otto figli - «sono l'unico che ha deciso di vivere in città» - Giuliano Cavazzuti ha sempre seguito la propria indole vagabonda senza mai cedere all'ignavia. «Sin da ragazzino la mia grande aspirazione è stata quella di girare il mondo, di conoscere le persone. Che poi, in fondo, sono uguali ovunque tu vada. Ho però capito che per conoscere se stessi bisogna essere consapevoli dell'importanza delle proprie radici. La mia era una di quelle famiglie matriarcali tipiche delle campagne di una volta. A portare i pantaloni erano infatti le donne, le mondine, spesso impegnate in aspre battaglie sociali. Antifasciste almeno quanto gli uomini, se non di più, hanno trasmesso a noi ragazzi i valori fondamentali. In primis l'onestà e la perseveranza. Io sono molto riconoscente a mia madre, a mia nonna e anche alle mie sorelle. Nel 1949 da Fossoli ci siamo trasferiti a Carpi. Eravamo una famiglia unita, laboriosa e serena, ma non certo ricca. Io macinavo chilometri in bicicletta. Incapace di stare fermo, ero sempre in giro».
La scuola?
«La pativo. Non capivo perché dovessi andarci. Mamma in tal senso non mi ha mai fatto pressione. Le importava che fossi un bambino corretto, non un bravo studente. E sapeva come trasformare questa mia irrequietudine in un vantaggio: mi spediva dalle zie per raccattare un po' di cibo. I miei cugini mi chiamavano il frate cercatore».
E da allora Giuliano, presidente della sezione modenese del Club Alpino Italiano, carica che ricopre dal 1993 con un paio di pause sabbatiche, non ha mai smesso di cercare la propria strada. Un sentiero picaresco che l'ha portato più volte in vetta (non solo metaforicamente), ma anche dritto al cuore dei suoi tanti compagni di viaggio. Ossia, giovani leve di cui Cavazzuti ha “curato” l'educazione sentimentale, ma rigorosa, ai segreti della montagna.
«Ho iniziato a portare i ragazzi in montagna a metà degli anni Ottanta. Ogni età ha il suo percorso e bisogna tener conto degli interessi e delle curiosità del singolo. I più piccoli, cioè i bimbi di sei anni, sono molto attratti dagli animali. Oh, sì… sanno tutto sui dinosauri. Poi però non sono in grado di distinguere un gallo da una gallina».
Ascoltare in silenzio Giuliano Cavazzuti è ritrovare un calore paterno che. «Ai miei tempi ci si divertiva con poco. Un arco di fortuna, una fionda custodita gelosamente nella tasca bucata dei pantaloni. Oggi i ragazzi sono cambiati. Bombardati da troppe informazioni difficili da gestire, fanno da carta assorbente ai genitori che a loro volta sono lo specchio della società. L'obiettivo del Cai è insegnare loro a diventare autonomi. Devono imparare ad “usare” la montagna con rispetto e responsabilità. Su questo punto siamo molto severi». Il messaggio: «Se ti comporti male sei un pericolo per te stesso e per i tuoi compagni. Se non ubbidisci ti lascio a casa».
Insomma, li mettete subito in riga.
«Li mettiamo di fronte a se stessi».
Passare il proprio tempo con i giovani e giovanissimi significa arricchirsi dentro. È importante imparare ad intercettare i segnali che ti inviano. Le femmine sono molto meno lineari dei maschi e ogni giorno bisogna riconquistare la loro fiducia. Ciò non toglie che durante le nostre escursioni in montagna il gioco e il divertimento rimangano sempre una componente essenziale».
La montagna come scuola di vita. Si può imparare molto anche lontano dalle aule. Lei quanti anni aveva quando ha interrotto il suo iter scolastico?
«Quando ho smesso di studiare frequentavo quella che allora era la terza media commerciale. Ma non sono rimasto con le mani in mano: ho iniziato a lavorare come impiegato in un salumificio e poi ho fatto di tutto un po'. Ho persino accarezzato il sogno di entrare in Marina. “Vieni in Marina e girerai il mondo”. Come potevo non sentirmi attratto da uno slogan del genere? Mia madre però è stata irremovibile e con un “non se ne parla” ha chiuso la questione. Nel frattempo mio fratello aveva aperto un'azienda di elastici per biancheria intima. A sedici anni ho conosciuto l'addetto ai macchinari, un tecnico brianzolo che non faceva altro che lamentarsi di quel lavoraccio che lo costringeva a viaggiare molto. Io la vedevo in modo diverso. “Dunque è questo il mestiere ideale per me!” ho subito pensato. Così mi sono trasferito a Bergamo dove c'era la scuola che formava tecnici di tessitura. Sì… per cinque anni sono tornato sui banchi di scuola. E, una volta diplomato, sono andato a militare».
In Marina?
«Macché. Nella quinta armata, in Friuli. Guidavo i camion con le radiotrasmittenti e trasportavo gli specialisti, giovani laureati ribattezzati dai commilitoni “le signorine d'Italia”. Non vi dico la noia nell'attesa di un incarico. Ma ho avuto l'occasione di conoscere le montagne friulane e di incontrare persone che provenivano da ogni angolo del paese. Una volta mi è pure arrivata una gavetta in testa».
Perché? Che cosa ha combinato?
«Non sempre la mia ironia, molto emiliana, veniva presa per il verso giusto. Un giorno, osservando un ragazzo di Pozzuoli che chiacchierava con un bergamasco ho esclamato: “Caspita, abbiamo raggiunto l'unità d'Italia!”. Il bergamasco non ha apprezzato.
Finito il servizio di leva è riuscito a mettere a frutto il suo diploma?
«No, perché nel frattempo l'azienda che avrebbe dovuto assumermi era fallita. Trovai lavoro a Milano. Guidavo il furgone di una casa editrice. Viaggiavo di notte, a volte sino a Palermo. Al ritorno raccoglievo un sacco di ragazzi che salivano al nord, meridionali espatriati per cui spesso trasportavo damigiane di olio o di vino. Ricordo che una volta caricai persino alcuni cani da caccia. Fu un periodo magnifico, una grande esperienza di vita».
Anche perché aveva raggiunto il suo obiettivo: viaggiare. Ma come è nata la sua passione per la montagna?
«I miei fratelli si stavano sposando uno dopo l'altro e a casa c'era bisogno del sottoscritto. Milano mi aveva dato tanto: la lasciai a malincuore. Tornato nel modenese trovai un posto alla Fiat Trattori dove sono rimasto per ben trentasei anni, ossia fino alla pensione. Insieme alla mia fedele compagna, una Cinquecento scassata, iniziai a frequentare alcuni colleghi di lavoro iscritti al Cai. Una sera venni invitato da Filippo Sala, un personaggio incredibile. Se mai ho invidiato qualcuno quello è stato lui. Uomo di mente apertissima, precursore di tutti quegli sport estremi che oggi fanno tendenza, Filippo ti conquistava con il suo fascino ma senza vantarsi delle sue peripezie. Con un vecchio furgone Renault, nel 1979 era partito per Marrakesh per poi toccare quota 4mila metri sui monti dell'Atlante. Attraversando il deserto roccioso aveva quindi raggiunto Tunisi. Vidi le diapositive di quell'impresa e ne rimasi folgorato. Fu lui a parlarmi della sezione Cai di Modena».
E nel Cai lei ha trovato pane per i suoi denti e per la sua indole da esploratore. Esiste un viaggio inciso a fuoco nella sua memoria?
«Quei ventuno giorni sui Pirenei senza neppure il conforto di un rifugio. Sono tornato dimagrito di otto chili ma forte di un'avventura irripetibile. Da raccontare. La racconti anche a noi… Al Cai ho avuto la fortuna di incontrare un ragazzetto di 17 anni con un'intelligenza fuori dalla media. Organizzava trekking - termine il cui significato originario è “camminare a lungo e lentamente” - lontano dalle mete più gettonate. Nessuno però se lo filava. Insieme abbiamo percorso chilometri e chilometri lungo il confine tra Grecia e Albania. Seduti sulle panchine che circondavano il grande albero, presenza fissa nelle piazze dei paesini greci, abbiamo condiviso numerosi bicchieri di ouzo con quegli stessi pastori che in gioventù avevano combattuto contro noi italiani. La nostra guida? Un libro partorito nel 1968 da un hippy americano. E vecchie mappe da trekking di fatto illeggibili. Per evitare che il nemico potesse decifrarle erano infatti scritte in corsivo greco».
Arianna De Micheli
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