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Esodo e foibe, superstiti in piazza con i loro ricordi

di Saverio Cioce
Esodo e foibe, superstiti in piazza con i loro ricordi

Commemorazione ufficiale delle vittime italiane della Venezia Giulia e Dalmazia Inviti alla riflessione. La nostalgia di chi ha lasciato per sempre case, terre e amici

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Possono diventare terribili i ricordi. Come quelli di un bambino di nove anni che saluta il papà dal finestrino di un treno senza sapere che non lo rivedrà mai più. E che settant’anni dopo accarezza con lo sguardo quel cippo di marmo bianco, preso a poca distanza dalla casa che ha dovuto lasciare con un valigia più grande di lui, portandosi dietro l’ultima immagine di un uomo in divisa, che dispensa certezze che non può avere.

Con un vento freddo che ricordava la bora, ieri mattina gli ultimi profughi dell’esodo dalle terre italiane sul confine orientale hanno reso omaggio alle vittime delle foibe e a tutti gli esuli. Davanti al Tempio Monumentale in piazza Natale Bruni un piccolo monumento ricorda il sacrificio dimenticato degli oltre 450 mila italiani che dopo la seconda guerra mondiale furono cacciati dalle case e dalle terre che abitavano da secoli. Il 10 febbraio del 1947 cominciò l’esodo che svuotò Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, disperdendo nei campi profughi di tutta la Penisola i nostri connazionali. Il trattato di pace con la Yugoslavia li trasformava in bersagli.

Parecchi di loro scelsero Modena, sede di numerosi uffici statali e della Manifattura Tabacchi, dove trovarono posto molte “tabacchine” delle analoghe strutture di Rovigno e Pola. «Noi ci siamo ritrovati qui dopo la guerra - raccontano con voci diverse Lucia Orsetti e Alfredo Dapinguente - Le nostre mamme erano amiche a Rovigno, entrambe impiegate nella Manifattura della nostra città e poi colleghe a Modena. Ne abbiamo viste di ogni colore ma ora siamo contenti che il sacrificio di tanta povera gente innocente venga ricordato».

«Mio padre aveva capito che la situazione si stava mettendo al peggio - racconta Luciano Gigliotti, preparatore di atletica pluripremiato (tra l’altro nove olimpiadi e campioni come Bordin e Baldini) - Era ufficiale dell’esercito e ci mandò al sicuro promettendo di venire a raggiungerci al più presto. Non lo abbiamo rivisto mai più, è stato infoibato anche lui». «Mio padre comandava una corvetta della Guardia di Finanza a Pola - ricorda Felice Uccelli - Dell’Istria manteniamo ricordi famigliari perchè da bambini l’abbiamo girata tutta»,

Tutti sono consapevoli di essere gli ultimi testimoni diretti di un’Italia che non esiste più, vittime della prima gigantesca pulizia etnica dei Balcani. La guerra delle cifre dei revisionisti filoslavi, ignorando case e terre requisite senza indennizzi, minimizzano il numero delle vittime delle foibe e polemizzano con l’Associazione della Venezia Giulia e della Dalmazia.Ieri mattina mani anonime hanno appiccicato sul cippo e nelle vicinanze volantini senza firma che ricordavano le violenze degli squadristi, i danni delle truppe fasciste con i villaggi bruciati e le vittime civili. Per loro ancora oggi l’equazione “italiano uguale fascista” e quindi responsabile, è usata per giustificare la strage di italiani e le deportazioni di massa. «Roba da matti - sottolinea Luigi Cusinich - Nel dopoguerra mi ricordo Napolitano che nel Pci sosteneva la linea togliattiana su Trieste e le terre da dare agli slavi. Nel 2004 invece ha spinto per la Giornata del Ricordo. Si cambia, vero?»

Il sindaco Muzzarelli ha richiamato il pericolo di risorgere dei nazionalismi e dei reticolati di fronte ai profughi. «Nel nome di quella tragedia che abbiamo subito - ha detto - è giusto ricordare le vittime, il loro dolore. Quei fatti non devono ripetersi». Al vescovo Castellucci il commento più accorato: «È stato un silenzio assurdo quello sulle vittime delle foibe ed è durato per troppi decenni - ha detto al termine dell’omelia - Io stesso non le avevo mai sentite nominare, non conoscevo quella tragedia sino a quando non sono entrato in seminario. Occorre partire dalle scuole per insegnare ai più giovani fatti e circostanze che hanno portato alle tragedie del secolo».

Proprio per questo assume maggior valore il diploma di benemerenza consegnato dal presidente dell’associazione degli esuli, Paolo Pani, all’ex Provveditore agli Studi, Gino Malaguti; a lui il merito di aver creduto nel concorso nelle scuole superiori modenesi premiando i lavori migliori. «Ora il premio diventerà nazionale - ha ricordato Luigi Vallini, ex consigliere comunale, sempre in prima linea a fianco dei giuliano-dalmati - Qui vogliamo mantenere una nostra autonomia per fare qualcosa che coinvolga la nostra realtà».

Già, Modena, città matrigna che tutti gli esuli ricordano ostile; i profughi erano visti come fiancheggiatori di quel fascismo che nella nostra realtà si era reso protagonista di rastrellamenti e fucilazioni. Eppure con tre monumenti oggi è la provincia italiana con il più alto numero di celebrazioni ufficiali per ricordare l’esodo.

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