A Modena c'è una casa sempre aperta per chi non ce la fa
Al Gesù Redentore la comunità che ospita persone in difficoltà e ogni sabato distribuisce alimenti alle famiglie bisognose
MODENA. «La nostra gioia è la loro gioia». Non è un motto, ma un impegno di vita.
A portarlo avanti i volontari della Casa della Carità di via Leonardo da Vinci.
Persone comuni che seguono il progetto inaugurato nel maggio 2007 presso la parrocchia di Gesù Redentore.
Ad accoglierci è Andrea Frascaroli. Il diacono guida nel corridoio che porta alla sala centrale. È la zona in cui condividono momenti di vita quotidiana gli ospiti della struttura.
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Chi sono? Stranieri, ma anche modenesi. Un esempio?
«Una persona senza legami parentali - spiega il cicerone - che è arrivato a vivere una situazione di povertà forte. Può fare un percorso di riabilitazione seguito dai servizi sociali del Comune».
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È questa la strada d’accesso alla comunità. Tuttavia, c’è un altro percorso solidale. In tanti («circa un centinaio di famiglie») ricevono aiuti alimentari il sabato. Persone che sono state censite allo sportello d’ascolto e che chiedono un sostegno per andare avanti. La parrocchia dà un contributo con le offerte dedicate alla “dispensa cibo”.
Ci sono anche altre mani solidali. «Le derrate alimentari provengono dagli ipermercati - assicura il volontario - e da tanti altri contributi di privati, negozi e forni. In parte gli aiuti sono destinati anche alla Casa. Arrivano anche derrate di cibo fresco. Le famiglie che aiutiamo sono aumentate quando ci hanno iniziato a conoscere; sono cresciute anche le richieste di emergenza abitativa e di emergenza freddo».
Chi riceve aiuto il sabato pomeriggio è accolto dalla Casa, ma non entra nella Casa.
«Innanzitutto per tutelare gli ospiti - riprende Andrea - e poi perché il servizio sociale rappresenta un valore necessario».
Gli ospiti hanno a disposizione sei camere, con un bagno e dai due ai quattro letti. I bambini hanno una sala gioco. Il sabato è il giorno dedicato alle pulizie, a cui contribuiscono anche le persone accolte nella struttura. Lo stesso fanno in cucina dopo i pasti. Ognuno di loro è seguito da due tutor, identificati per la singola persona.
Per quanto tempo possono rimanere gli ospiti?
«Oltre a essere un luogo di accoglienza - garantisce il diacono - siamo una casa di passaggio. Puntiamo sempre a far sì che le persone da noi seguite abbiano un progetto che le porti a ritrovare l’autonomia. La nostra gioia è la loro gioia. Vogliamo far riprendere in mano la loro vita. A volte servono sei mesi, a volte quattro anni».
Se gli ospiti non hanno costi, lo stesso non si può dire per le famiglie che scelgono di dare una mano. Attualmente sono quattordici e ruotano durante l’anno. Pagano diversi contributi, tra cui affitto e spese forfettarie per i pasti. Chi è selezionato segue le attività della Casa, vive la Casa. Gli ospiti per ora sono quattro.
«Abbiamo finito un progetto bello - assicura il volontario - in cui abbiamo accolto mamme con bambini. Siamo arrivati a punte di quattordici ospiti. Sono aumentati i modenesi, ma anche le famiglie extraterritoriali».
Se le famiglie che aiutano dormono sopra, nel seminterrato c’è un’altra area spesso vissuta. È destinata alle emergenze abitative. Dal terremoto in poi, il Comune ne ha fatto spesso utilizzo.
Dopo la guida del diacono Massimo e della moglie, è stato istituito un consiglio delle famiglie per supportare la gestione della Casa. Come si fa a dare una mano?
«Ci sono volontari che aiutano nella preparazione dei pasti - chiude Andrea - e nella pulizia. Altri volontari hanno vissuto qui, anche come servizio civile. Altri ancora hanno aiutato gli ospiti a imparare a scrivere. Per la gestione dei vestiti abbiamo avuto problemi con il numero dei volontari, per cui ora il servizio non è attivo».
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