La guerra tra poveri: i dipendenti contro i lavoratori delle cooperative
CASTELNUOVO. «Dov’è la volontà dei singoli lavoratori?». È la domanda posta da molti dipendenti diretti di Castelfrigo. Giunti davanti alla sede di via Allende, trovano un ostacolo a frapporsi tra...
CASTELNUOVO. «Dov’è la volontà dei singoli lavoratori?». È la domanda posta da molti dipendenti diretti di Castelfrigo. Giunti davanti alla sede di via Allende, trovano un ostacolo a frapporsi tra loro e il lavoro. Alcuni tentano di forzare il blocco, qualcuno ce la fa. Le offese per chi si avvicina ai cancelli sono frequenti: “venduti”, “schiavi del potere”. A formularle sono sia rappresentanti sindacali sia lavoratori delle cooperative in appalto. Persone che, in modo diverso, pensano di essere “schiavi”. «Del loro contratto non ci frega nulla - esordisce un uomo - noi vogliamo andare a lavorare». Alla domanda su cosa farebbe al loro posto risponde che non è il punto in questione. C’è un aspetto che risalta subito all’occhio. Almeno la maggior parte dei dipendenti diretti è di cittadinanza italiana da più di una generazione. Tra i lavoratori delle cooperative, invece, accade l’opposto. Una semplice constatazione? «Senza noi stranieri Castelfrigo chiude», attacca uno dei secondi. Si avverte un clima di sospetto, quasi di ostilità tra i due schieramenti anche quando non c’è alcuna azione verso la ditta. Basta andare a parlare con uno dei gruppi perché rappresentanti dell’altro si avvicinino. Per intervistare i dipendenti diretti è necessario spostarsi dal primo concentramento. «Per noi sono giorni persi di lavoro - spiega un secondo uomo - perché non lavoriamo per colpa loro». C’è chi presta servizio in via Allende da ventiquattro anni, chi da trenta.
«Non ci devono obbligare a non entrare», rimarcano con forza. «Non è neanche un discorso della ditta - aggiunge una persona - perché lavorano per due cooperative. In tv a Ballarò hanno detto cretinerie. Andate a chiedere ai facchini cosa hanno da dire». Uno di loro si avvicina, poi desiste perché si è avvicinato un lavoratore di una cooperativa. Altre spalle si girano, l’unico di loro a raccontare è l’uomo che protesta. Nel frattempo alcuni dipendenti iniziano a rientrare sconsolati a casa: la giornata di lavoro è persa. «Siamo obbligati a restare fuori», spiega ancora uno di loro. «Se lo sciopero fosse una cosa giusta - afferma un’altra voce - ma è un problema che riguarda le cooperative, non l’azienda. Per noi vale il contratto nazionale». Anche il tema delle pause è contestato. «Ne fanno di più di quanto dicono», assicurano in molti. Gabriele Farina
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