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La polizia interviene alla Castelfrigo

La polizia interviene alla Castelfrigo

Spintoni e offese: un clima rovente per impedire di entrare a chi voleva lavorare. Le proteste degli addetti esasperati

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CASTELNUOVO. Spintoni, offese, forze dell’ordine schierate. È rovente il primo lunedì dopo la ripresa dello sciopero in Castelfrigo.

«Siamo come schiavi», denunciano i lavoratori delle cooperative attive nell’azienda di via Allende. «Lasciateci andare a lavorare», replicano i dipendenti diretti della ditta, specializzata nel trattamento di carni suine. «La Castelfrigo sta facendo resistenza», affermano rappresentanti della Cgil. «Siamo sotto ricatto dei sindacati», replicano dalla proprietà. Intanto il deputato Paglia (Si) scrive al ministro Poletti. La mattina di tensione si apre prima dell’alba. Il normale turno inizia alle sei e chi protesta intende fare trovare la porta chiusa. «Vogliamo avere il contratto rispettato - reclama un lavoratore - lì dentro ci sfruttano. Dalle 6 alle 19 facciamo due pause da quindici minuti: non è giusto. Ormai è da tanto tempo che va così. Alla fine ci fanno male le braccia, le spalle, la schiena. Siamo come schiavi, non abbiamo diritti».

Chi vuole entrare diventa un “venduto”. Sono da poco passate le otto quando c’è un primo segnale che la temperatura si sta alzando. Poliziotti in tenuta anti-sommossa si collocano presso l’ingresso. Un rappresentante delle forze dell’ordine spiega di avere concesso due ore di tempo perché tutto si sistemi. È una “forzatura”, replicano dal presidio. «Nessuno entri», avverte qualcuno. È il preludio del primo scontro. Numerosi lavoratori marciano verso l’attività, in pochi entrano. Appena due, secondo i sindacati. Un secondo momento si registra verso le 9.20. Nel tafferuglio Roberto Ciriesi, amministratore della Castelfrigo, è spintonato con forza. I lavoratori delle cooperative, intanto, fanno sentire ancora una volta la loro voce. «Lì dentro non puoi aprire la bocca - riprende il primo intervistato - non puoi parlare con i colleghi. Ti dicono “Abbassa la testa, devi stare zitto”. Non puoi neanche andare a fare la pipì. Prima ti chiedono di aspettare, poi che non c’è tempo. Se vado e lascio il coltellino attaccato mi mandano una settimana a casa». «Il problema vero è nel contratto», sottolineano in molti. In ballo c’è un passaggio che non avviene dal settore facchinaggio all’agroalimentare. Tanti mostrano le mani. «Dovremmo spostare cartoni - attacca l’uomo - invece lavoriamo carni». «Prendiamo 1.400 euro al mese - replica un secondo - quando dovremmo prendere molto di più. C’è un’unica pausa dalle sei a mezzogiorno. Gli operai dipendenti lavorano meno di noi e prendono di più. A un certo punto dobbiamo pagare l’affitto, le bollette. A noi piace lavorare, ma alle giuste condizioni. Se non blocchiamo l’azienda non si risolve nulla».

Le rivendicazioni sono tante. «Se uno si fa male - afferma un terzo - gli dicono di chiamare un amico, non l’ambulanza». «Ci trattano come schiavi - aggiunge un quarto - perché lavoriamo dalle 6 alle 19.30 tutti i giorni, anche la domenica». «Le due cooperative non hanno parlato con noi - aggiunge un quinto - e non va bene così». I giudizi positivi si concentrano sul sindaco Carlo Bruzzi («è venuto il primo giorno, ci ha portato da mangiare») e sui sindacati. Apprezzano sia il sostegno che giunge al gazebo sia l’impegno nelle trattative.

«Speriamo in un tavolo istituzionale - si augura Giulia Grandi, segretario generale territoriale della Cgil per la parte che include il facchinaggio - perché il tema è esteso a tutto il distretto. I lavoratori chiedono i loro diritti e stanno perdendo il salario. Vogliono tornare a lavorare, ma con il contratto applicato correttamente». L’onorevole di Sinistra Italiana Giovanni Paglia scrive al ministro del lavoro, Giuliano Poletti, e chiede «se non ritenga opportuno e necessario che si monitori questa vertenza che di fatto è rappresentativa di una situazione già presente anche in altre aziende del settore». A Poletti il deputato vendoliano domanda se ritenga legittima la presenza sul luogo di lavoro di «guardie con funzioni diverse dalla mera tutela della proprietà contro furti o danneggiamenti e come intenda procedere per garantire fino in fondo il diritto di sciopero». Solidarietà da lavoratori e Rsu di Grandi Salumifici Italiani che ritengono «vergognoso che nel nostro territorio, a pochi passi dalla nostra realtà, esistano condizioni di lavoro a dir poco da schiavi». E così i delegati Rsu di Parmareggio, sede di Modena.

Gabriele Farina

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