«Si lavora 14 ore al giorno fra minacce e rare pause»
I racconti da incubo dei lavoratori delle coop: «Condizioni igieniche pessime non si va in bagno e anche chi lavora da anni ha pochissimi contributi versati»
CASTELNUOVO. Un costo del lavoro sempre più basso e contributi versati per un periodo nettamente inferiore rispetto alla durata del contratto: queste le difficili condizioni che sono costretti ad affrontare i lavoratori di alcune cooperative della provincia nel settore delle carni. Cooperative che inquadrano i lavoratori come facchini, in cui, come rivela qualche lavoratore, le condizioni igieniche non sempre vengono rispettate e l’ambiente di lavoro non garantisce il sereno svolgimento delle mansioni. Alcuni lavoratori, che preferiscono rimanere anonimi per paura di ritorsioni, ammettono di prestare lavoro per un numero spropositato di ore in un giorno. In condizioni quasi di schiavitù.
«Noi andiamo al lavoro anche fino a 14 ore in un giorno – conferma un lavoratore – e siamo costretti a fare turni massacranti in un ambiente pessimo. A noi non è nemmeno consentito andare in bagno. Una volta qualcuno di noi ha provato ad assentarsi per qualche minuto perché non stava bene: il caporeparto se n’è accorto e l’ha minacciato di licenziarlo». I lavoratori di questa cooperativa sono in prevalenza uomini, dal momento che le mansioni da sopportare sono massacranti. Compiti ripetitivi che provocano escoriazioni. «Dopo diverse ore ripetendo la stessa mansione, con il coltello in mano ci troviamo pieni di calli e con il passare del tempo le nostre condizioni peggiorano», dice un addetto della cooperativa. «Massacrante – prosegue lo stesso lavoratore – e non si sa per quanto tempo riuscirò ad andare avanti». Anche l’igiene, aspetto fondamentale per chi lavora nel settore agroalimentare e, nello specifico, di un prodotto così delicato e deperibile come la carne, non è sempre rispettata. «A volte – confessa una lavoratrice di un’altra cooperativa del settore – non ci sono controlli: qualsiasi addetto durante le ore di lavoro è libero di indossare gli stessi grembiuli che tiene infilati durante la pausa pranzo o, comunque, fuori dall’ambiente in cui siamo a stretto contatto con il prodotto». Il problema contributivo è rilevante. «Lavoro qui da nove anni e mi hanno versato poco o nulla in proporzione – conferma una lavoratrice – di questo passo non potrò mai andare in pensione». I sindacati ricordano che la caratteristica modenese del settore agroalimentare è una struttura organizzativa basata su appalti di manodopera. «Un’azienda committente di solito fondata da una famiglia di imprenditori inizia ad appaltare attività di lavorazione a coop o società esterne – ricorda Marco Bottura di Cgil Flai - Questo fenomeno si è sempre più sviluppato tanto che oggi nella maggior parte di queste imprese il numero di facchini delle coop è superiore ai dipendenti. Come nel caso di Castelfrigo, che conta 100 dipendenti diretti e 130 soci lavoratori di coop esterne, i quali ricevono in appalto molte attività che riguardano mansioni una volta ricoperte da dipendenti diretti. Il settore vive difficoltà ma i segnali positivi di ripresa sono molto migliori rispetto agli altri settori, rispetto all’export e riguardo a tanti altri comparti. Castelfrigo ha certamente delle difficoltà ma non si può parlare di uno stato di crisi perché analizzando i bilanci risulta un passivo modesto rispetto al fatturato, ma ci sono altri problemi che sono legati alla struttura aziendale. Gli addetti del settore carni in provincia sono 5mila. Stati di crisi con ridimensionamento non ce ne sono, però in piccole e piccolissime aziende ci sono varie difficoltà. Vertenze sindacali riguardo contratti aziendali e rinnovi», conclude Bottura.
Serena Arbizzi
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