Zavoli: «A Modena sagacia e civiltà»
Il “principe del giornalismo” racconta il suo rapporto con Modena e i modenesi
Giornalista, scrittore, saggista, poeta, senatore della Repubblica. Indro Montanelli lo ha definito “Principe del giornalismo italiano”: non ha certo bisogno di presentazioni Sergio Zavoli, uno dei protagonisti del nostro tempo, più volte nella nostra città con la quale, negli anni, ha stretto un rapporto di cordialità e affetto.
Lei è stato spesso qui come presidente di giuria del “Premio giornalistico-letterario Città di Modena”, che nelle sue otto edizioni ha visto anche i nomi di Bobbio, Michail Gorbaciov e Luzi, ed ora come presidente onorario della giuria del “Premio Virginia Reiter”. Quale il suo rapporto con la città e i modenesi? Cosa l'ha maggiormente colpita e perché?
«Non voglio dilungarmi sui tesori, sul patrimonio artistico e paesaggistico della città e della provincia, dell’Appennino soprattutto. Preferisco ricordare le eccellenze del territorio e dei suoi abitanti, che hanno la forza, la determinazione, la predisposizione per il lavoro e la vita associativa, tipici della civiltà contadina. Come lo sono la generosità, la solidarietà, la disponibilità al volontariato e, quindi, alla cooperazione. Di Modena e dei modenesi, ho sempre apprezzato la laboriosità e l'ingegnosità che, insieme, hanno fruttato eccellenze nell'industria, in quella automobilistica soprattutto, con la Ferrari, la Maserati ed oggi, mi dicono, con Horacio Pagani. Eccellenze nel biomedicale, ma anche nel settore ceramico, con un polo di creazione e produzione che continua a primeggiare nel mondo. Eccellenze nella coltivazione dei campi, nella cura delle stalle e degli animali, nella trasformazione dei prodotti e, quindi, nell'offerta agroalimentare apprezzata a livello planetario. Sono i prodotti di qualità che, poi, consentono agli chef, agli osti, di preparare ed offrire le loro creazioni enogastronomiche che coniugano il mangiare di nutrizione con quello di soddisfazione, coniugano cioè la cucina contadina con quella nobile, ducale. Modena si identifica soprattutto nel parmigiano-reggiano, nei salumi, nei prodotti della cucina contadina come gnocco fritto e borlenghi e poi, soprattutto, nel suo tesoro, cioè l'aceto balsamico tradizionale, che contiene ed interpreta lo spirito, l'anima della sagacia e dell'ironia, che provengono da Alessandro Tassoni (di cui celebrate, quest'anno, i 450 anni della nascita) e della tradizione per la satira e per l'umorismo, caustici ma mai offensivi».
Lei è attualmente il senatore eletto (esclusi i senatori a vita) più anziano in carica. Il suo impegno politico parte molti anni fa nelle liste dei Democratici di Sinistra, poi nell’Ulivo e nel Partito Democratico. Cosa ha trovato, dal punto di vista dell’impegno politico, a Modena?
«Modena è sempre stata una città fortemente civile, democratica. Non a caso, è Medaglia d'oro per la Resistenza ed ha avuto, a Montefiorino, la prima Repubblica libera dalla dittatura nazifascista. Ha avuto uomini come il comandante partigiano Armando Ricci (poi senatore della Repubblica), donne partigiane, Norma Barbolini in primis, uomini e donne come i sindaci della città, dal 1945 in poi, primo fra tutti Alfeo Corassori, ma anche Rubes Triva, Germano Bulgarelli, Alfonsina Rinaldi, Mariangela Bastico, Giuliano Barbolini e Pier Camillo Beccaria che più di tutti ho conosciuto e frequentato. Proprio con Beccaria abbiamo ospitato Michail Gorbaciov per un'edizione del “Città di Modena”, il premio che ha portato in città oltre ottanta tra i più importanti e prestigiosi giornalisti, scrittori e poeti non solo italiani ma da tutto il mondo».
Lei oggi è anche presidente onorario di un altro premio modenese, quello dedicato all’attrice Virginia Reiter.
«Ho aderito all'invito della nipote di Virginia, Anna Reiter e di alcuni giornalisti e registi di RaiTre, per una manifestazione che si propone di ricordare la figura e l'opera della grande attrice modenese, prima capocomica italiana vissuta tra fine Ottocento e Novecento, quindi contemporanea di Eleonora Duse e Sarah Bernhart, da cui era ammirata, interlocutrice di D'Annunzio e prima interprete della “Lupa” di Giovanni Verga. Il premio, come indica il suo sottotitolo “Il lavoro dell'attrice”, si propone di segnalare le migliori attrici giovani, under 35, che si distinguono nel corso dell'ultima stagione teatrale. Così nelle sue quattordici edizioni, la giuria ha premiato interpreti ormai affermate sulla scena non solo italiana. La cerimonia di premiazione si svolge sempre a Modena ed è arricchita da una serie di convegni e manifestazioni collaterali sulla donna nel teatro di prosa. Le varie riunioni e le cerimonie di consegna di questi premi mi hanno portato più volte nella vostra città. Ma decine di altre volte sono stato a Modena per incontri culturali, per presentare libri. Oltre che in città, al Teatro Comunale e al San Carlo, sono stato più volte anche alla Meridiana... E poi in provincia, a Carpi, Fiorano modenese e Sassuolo. Per sei anni, durante i mesi estivi, sono stato in località dell’Appennino: da Frassinoro a Pavullo, Piandelagotti, Pievepelago e Sestola.
E di queste tante “trasferte” modenesi che ricordi ha?
«Sempre ho trovato amministratori pubblici e pubblico entusiasti e fortemente motivati per la cultura. Ricordo che a Sestola, dopo una affollata presentazione del saggio “La questione”, abbiamo cercato di visitare la cittadina, in compagnia del sindaco Marco Bonucchi. Non riuscivamo a fare più di due-tre metri perché sempre interrotti da cittadini e villeggianti che ringraziavano e si complimentavano per l'incontro e, spesso, chiedevano la possibilità di farsi fotografare con me. Anche in occasione di questi incontri, ho avuto la conferma della ricchezza umana e della spontaneità dei modenesi estroversi e con il cuore in mano. È una “razza” che va protetta per tutto ciò che la contraddistingue, per la cordialità e la generosità che esprime. Non voglio citare qualcuno in particolare. Perché tutti sono simpaticamente e spontaneamente estroversi, caratterizzati da una vitalità contagiosa».
Lei ha intervistato gran parte dei protagonisti del nostro tempo. Cosa significa l'intervista? E quali le “questioni" del nostro tempo?
«Il porre domande è rimasto il modo migliore per conoscere e conoscersi. Interrogare e, per quanto possibile, rispondere significa far posto alle cose che restano da discutere, da capire e da raccontare soprattutto ai giovani, i più privi di memoria. Non sempre, però, è il percorso più agevole. Il Socrate di Platone fa del suo instancabile interrogare il metodo - nel suo significato letterale: la “strada” - per la scoperta del vero, e così faranno Galileo, Pascal, Kant, Wittgenstein. Ogni tempo ha i suoi interrogativi e quelli del presente riguardano la questione del mutamento che, con velocità vertiginosa, sta investendo ogni aspetto della nostra vita, cancellando certezze che sembravano incrollabili. Possiamo ancora dirci artefici e padroni del nostro destino? I trionfi della scienza e della tecnica, con la caduta dei Muri, contribuirono a far nascere l'idea di un processo da governare senza sconvolgimenti drammatici. L'11 settembre e via via le crescenti preoccupazioni per il terrorismo islamista e per il propagarsi della terza guerra mondiale, “a pezzi” come denuncia Papa Francesco, la fine di quella illusione, costringe tutti a capire che nulla, ormai, sarà più sicuro per sempre».
Una delle questioni che Lei affronta nel suo ultimo saggio è il problema di Dio. Stiamo vivendo un eclissi di Dio o un Suo ritorno?
«Siamo nati nella crudeltà, scrive il sociologo francese Edgar Morin, ed è il prezzo ineliminabile della vita umana: è la crudeltà del mondo e della vita, cui abbiamo aggiunto quella dell'essere umano e della società. In questa visione cosmologica, Dio è superfluo, perciò è nascosto, silenzioso. Con la fede tutto sarebbe risolto, non ci angustierebbe più il bisogno di sapere se Dio c'è. Il problema di Dio è una questione che coinvolge tutti, dalla dimensione dei deboli, degli sconfitti, alla congerie dei cosiddetti “poteri forti” e che ha prodotto una diffusa, endemica, inquietudine. Essa ha il suo apice nella tragedia delle Torri Gemelle. Da quel momento prende corpo, si protrae ed è tuttora in atto, la forma più alta di pericolo che l'Occidente abbia conosciuto dalla fine del secondo conflitto mondiale: quando non solo nella filosofia, ma anche nel pensiero civile e religioso si tornò a parlare dell'assenza di Dio, addirittura della sua morte. Ma, come ha sottolineato lo storico francese Fernand Braudel, non credo che la Storia possa tralasciare la nostra natura e neppure Dio. Sì, perché anche Dio ne fa parte: sia una realtà o una creazione degli uomini, egli è nel cuore della Storia. A volte si dice che è morto: è un modo molto sbrigativo per sbarazzarsene. In realtà, per l'uomo, e quindi per la sua storia, egli non finisce mai di morire in croce, cioè di rinascere. In più occasioni mi sono domandato se il ritornante, diffuso interesse per la “questione di Dio” sia solo un problema di corsi e ricorsi. In realtà, questo bisogno di Dio ci dice che i grandi dilemmi, come il Bene e il Male, può affrontarli in termini pacificanti solo il pensiero religioso e, naturalmente, la fede. Perché oltrepassano la morte. La scienza e la filosofia stanno al di qua, e vi rimangono; soltanto la fede ci prolunga oltre la nostra fine, con la speranza».
Tra le varie “questioni” del nostro tempo, c’è anche quella relativa all'informazione e alla comunicazione. Può sintetizzarci cosa pensa?
«La comunicazione è diventata il modo nuovo di pensare. L'informazione, correlata fino a ieri alla mera conoscenza di fatti, è sempre più responsabile del loro mutare ed evolversi in rapporto al modo in cui vengono comunicati. Il Cardinale Carlo Maria Martini sostiene che la gente si aspetta dall'operatore dell'informazione che svolga un lavoro di mediazione. Senonchè, mediare non significa svolgere un'attività asettica. Mediatore è colui che si assume i rischi della traduzione. E traduzione, concretamente, significa andare al senso di una vicenda, in sé e nel suo contesto, e riferire con parole precise e vive».
Presentando la Sua ultima raccolta di poesie, “La parte in ombra”, Luca Goldoni ha sottolineato che in Lei, con Lei “la voce si fa poesia. Più che parole sono accordi musicali”. Cosa rappresenta la poesia per Sergio Zavoli?
«Come ha sostenuto Ernesto Cardenal in ciascun essere umano c'è un potenziale poeta, perché la poesia parla al cuore e alla mente. La poesia è vita, è musica, è armonia. Quindi mi ha fatto piacere la definizione di Goldoni. La musica, dice Daniel Barenboin, ha la capacità di mettere in relazione gli esseri umani, senza distinzioni di sesso, razza o nazionalità. La musica, parafrasando Claudio Abbado, può essere “il più efficace strumento per costruire una società migliore”».
LA SCHEDA
Sergio Zavoli ha declinato il giornalismo in tutte le varianti, nella carta stampata e nella radiotelevisione. È anche scrittore, acuto e documentato saggista e sensibilissimo poeta. Nato a Ravenna, nel 1923, è cresciuto e si è formato a Rimini, di cui è cittadino onorario. È stato condirettore del Telegiornale Rai, direttore del GR1 e de “Il Mattino”, presidente Rai (dal 1980 al 1986). Oggi, è senatore della Repubblica, ha fatto parte della Commissione Istruzione e Beni Culturali ed è stato presidente della Commissione per la Biblioteca e l'Archivio storico. Tra i riconoscimenti lauree “honoris causa” in Lettere e in Giornalismo dall'Università di Urbino e da quella di Tor Vergata, il “Premio internazionale Città di Modena” (1988), due Prix Italia. C'è anche (ottobre 2009) la nomina a presidente onorario della “Fondazione Artusi”. Nel 2010 ha ricevuto il Premio internazionale “Viareggio-Tobino”. Sempre nel 2010 il “Premio alla carriera” intitolato ad uno dei maestri del giornalismo Indro Montanelli. È presidente della Commissione di vigilanza Rai. Tra i suoi libri “Nascita di una dittatura” (1973 Premio Campione), “Socialista di Dio” (1981, Premio Bancarella), “Romanza” (1987, Premio Basilicata), “La notte della Repubblica” (1992, Premio Saint Vincent e Giornalista dell'anno), “C'era una volta la Prima Repubblica” (1999), “Se Dio c'è” (2000), “Diario di un cronista” (2002), “La questione” (2007) e “Il ragazzo che io fui”. Tra le raccolte di poesie “Un cauto guardare” (Premio Alfonso Gatto 1995), “In parole strette” (2000), “L'orlo delle cose” (2004) e “La parte in ombra” (marzo 2009).
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