Gazzetta di Modena

Modena

Zocca, l'astronauta Maurizio Cheli 20 anni dopo: «Quel conto alla rovescia che ha cambiato la mia vita»

di Stefano Aravecchia
Zocca, l'astronauta Maurizio Cheli 20 anni dopo: «Quel conto alla rovescia che ha cambiato la mia vita»

L’astronauta di Zocca si racconta a cuore aperto: «Senza mia moglie Marianne non ce l’avrei fatta Mi sono abituato subito a dormire galleggiando. Vasco Rossi è stata la nostra colonna sonora»

5 MINUTI DI LETTURA





ZOCCA. Sono passati vent’anni esatti da quel 22 febbraio 1996 che proiettò nello spazio il primo astronauta modenese della storia. Maurizio Cheli, zocchese classe 1959, decollò dalla base Nasa di Cape Canaveral in Florida a bordo della navetta “Columbia” per la missione STS-75. Con lui riavvolgiamo il nastro dei ricordi.

Cosa prova ripensando a quel giovedì di vent’anni fa?

«Un grande senso di soddisfazione per essere riuscito a realizzare quello che era il mio sogno da bambino. Nella mia memoria sono scolpite in maniera indelebile le meravigliose immagini legate alla visione della terra dallo spazio».

A proposito: com’è la terra da lassù?

«Tutta blu, e questa è la prima cosa che ti colpisce. Così come il nero del cielo. I colori sono invertiti. Ma l’apoteosi sono le stelle: uno spettacolo impressionante».

Si ricorda del giorno in cui le dissero che avrebbe volato nello spazio?

«Era un lunedì, ero a Houston. Mi hanno chiamato nell’ufficio del capo degli astronauti e, quando mi è stata comunicata l’assegnazione al volo spaziale, ho provato una grande emozione. Un anno e mezzo di duro addestramento e poi il decollo».

Un top gun come lei quando ha deciso di fare l’astronauta?

«Fin da piccolo sognavo di fare il pilota e di volare ma indossare i panni dell’astronauta era qualcosa di inimmaginabile, irrealizzabile. Una roba da film. Poi nel 1988 sono venuto a conoscenza di un concorso per fare l’astronauta professionista, uscito nel 1991. Da lì ho cominciato ad intravedere la concreta possibilità di realizzare il sogno».

Veniamo al giorno della partenza: più l’emozione o la paura?

«Senz’altro l’emozione. La paura è un rischio calcolato quando fai il mio lavoro, che ho scelto senza che me l’abbia ordinato il medico. Sei conscio di fare qualcosa che ti piace sapendo che corri dei rischi, ma anche di essere addestrato per affrontarli. Il senso dell’avventura è talmente forte che supera il senso di paura».

Eppure durante il lancio, a sei secondi dal decollo, qualcosa sembrava essere andato storto.

«Uno dei tre indicatori dei motori aveva segnalato un calo di potenza. Per un po’ il cuore ha accelerato i battiti, a bordo pensavamo che si spegnessero i motori e il lancio fosse rinviato. Ma dopo venti secondi dalla base di Cape Canaveral ci hanno comunicato che era tutto ok. Un falso allarme. Ma credo sia stato un momento più difficile da gestire per chi stava a terra».

Anche al ritorno c’è stato qualche momento di tensione.

«A causa di un problema al computer e del maltempo l’atterraggio è stato rinviato. L’unica scocciatura è stata quella di ripetere il rituale delle vestizione, che comprende non solo l’indossare l’ingombrante tuta arancione, ma anche bere un litro e mezzo d’acqua per riequilibrare i liquidi del corpo».

[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:modena:cronaca:1.13019581:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadimodena.it/modena/cronaca/2016/02/25/news/un-cittadino-speciale-tra-i-magnifici-sette-il-nostro-orgoglio-1.13019581]]

Cosa si prova al momento della partenza?

«Dal punto di vista fisico l’accelerazione non è insopportabile anche se hai il doppio del tuo peso, dal punto di vista delle sensazioni vedi concretizzarsi anni e anni di addestramento. Finalmente dalla teoria si passa alla pratica».

Vent’anni dopo, il decollo come se lo ricorda?

«Quando a meno sei secondi dal decollo si accendono i motori è qualcosa di fantastico, si sente lo Shuttle che vibra e prende vita. Mi sono goduto il lancio dallo specchietto in dotazione attraverso le finestre superiori della navetta e ho visto pian piano la terra allontanarsi».

Dal finestrino dello Shuttle ha potuto cercare con lo sguardo la “sua” Zocca?

«La nostra orbita mi ha consentito di vedere solo la Sicilia. In compenso in quel panorama dipinto di blu ho potuto ammirare le dune del Sahara, le piramidi dell’Egitto, la foresta equatoriale dello Zaire e la barriera corallina».

Com’è stata la convivenza a bordo?

«Tutto è filato liscio anche se non è semplice vivere in sette per sedici giorni in pochi metri quadrati. Per fortuna mi sono abituato subito a dormire galleggiando nel vuoto».

Qual è la cosa che più le è mancata nello spazio?

«A parte mia moglie Marianne, a cui ho fatto recapitare ogni giorno un mazzo di fiori con un messaggio sempre diverso, ho patito un’irresistibile voglia di pizza».

E’ vero che sua moglie ha rinunciato per lei alla carriera di astronauta?

«Ci siamo conosciuti durante la fase di addestramento e per starmi vicino ha rinunciato alla sua carriera. Quando fai un’attività del genere, coinvolgente ed intensa in tutte le sue fasi, hai bisogno di qualcuno che ti sia accanto. Anche un astronauta vive momenti difficili, di abbattimento, e la presenza di Marianne mi è servita per superarli».

[[atex:gelocal:gazzetta-di-modena:modena:cronaca:1.13019618:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadimodena.it/modena/cronaca/2016/02/25/news/ha-anche-scritto-un-libro-sui-tre-grandi-capitoli-della-sua-vita-1.13019618]]

E’ vero che in orbita è cresciuto in altezza di tre centimetri?

«Vero, ma poi li ho persi al ritorno. Non essendoci più l’effetto del peso, la colonna vertebrale si rilassa».

Fisicamente quando tempo ci vuole a riambientarsi dopo due settimane trascorse nello spazio?

«Ho avuto solo problemi di equilibrio in fase di atterraggio una volta ritornata la gravità. Per tornare alla normalità bastano tre giorni».

In questi vent’anni ha sognato di tornare nello spazio?

«Quella a bordo del Columbia è stata un’esperienza talmente forte ed esaltante che per anni ho coltivato dentro di me il sogno di tornare in orbita. È un po’ come avere il mal d’Africa. Penso però che ci sono cose che vanno fatte in certi momenti della vita. Io volevo fare il pilota, ho fatto l’astronauta, ho collaudato l’Eurofighter Typhoon e ora faccio l’imprenditore su piccoli aeroplani. Vedo la mia vita un po’ a blocchi e ognuno di questi mi ha dato qualcosa».

Un piccolo paese come Zocca ha “partorito” fenomeni come lei e Vasco Rossi.

«Chissà, forse sarà merito dell’aria buona che c’è lassù in montagna. Tra l’altro in orbita mi ero portato dietro un cd di Vasco che ha fatto da colonna sonora alla spedizione».

@Star_70_

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google