«Davanti alla slot si annulla la personalità»
Rossella Caci (Acli): «Le probabilità di vincere sono pari a zero» Ferretti (Sert): «Guarire si può»
«Una patologia dilagante». Il “gioco” d’azzardo preoccupa gli esperti, ma anche le ragazze e i ragazzi modenesi. «Ho conoscenze dirette di amici - ha raccontato Rossella Giulia Caci - che giocano d’azzardo. Mi rendo conto che è una patologia in cui è difficile comunicare con chi c’è dentro. Anche al cinema o nei bar si notano tantissime persone che giocano e si annullano, non hanno nessuna socialità con gli altri e con il mondo che li circonda». Rossella fa parte dei giovani del Servizio Civile delle Acli. Il gruppo locale delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani ha organizzato una conferenza-spettacolo sabato al teatro Tempio. Il titolo era chiaro: “Scommetti che perdi?”. In tre parole erano inserite sia la scommessa sia la vittoria, o meglio la sua assenza. «Vogliamo fare capire i rischi che ci sono - ha ripreso la giovane - e le reali probabilità di vincere». Durante i lavori, inattesa, è giunta la testimonianza di un uomo. «Sono stato per anni croupier nei casinò inglesi - ha riconosciuto Ivan - e ho visto come reagiscono le persone. La roulette è perfetta. Le slot machine sono però fatte per ingannare. Bisogna educare le persone per andare a giocare quote basse. Se perdi quello basta». È così semplice? «Smettere di giocare è facilissimo - ha assicurato il dottor Claudio Ferretti, responsabile del Sert di Modena - come lo è smettere di fumare. Tuttavia, è altrettanto facile ricominciare». I servizi seguono mediamente ogni caso dai sei ai dodici mesi. Le percentuali di guarigione s’attestano intorno al 60%. Qualcuno “scompare”, ovvero non si fa più vedere. A livello psichiatrico anche l’azzardopatia crea una dipendenza, come per la nicotina. «Ogni “tiro” dà un piccolo effetto piacevole nel cervello - ha ripreso il dottor Ferretti - ma con le video slot l’effetto è ancora più rapido. Vedendo girare le figure c’è l’effetto di aspettativa». Ormai, d’altra parte, basta uno smartphone per poter “giocare”. Un verbo su cui non tutti sono d’accordo. Il medico ha fatto riferimento all’alea, usata dai latini per indicare il gioco dei dadi. Giorgio Gandolfi è tornato indietro nel tempo per mostrare come i due campi siano in realtà separati. «L’azzardo prevede una posta - ha esordito il formatore - ed è un atto pericoloso, in cui la vincita è quasi interamente aleatoria. Non è liberamente scelto. Non ho mai visto nessuno giocare d’azzardo divertendosi». Meglio per lui parlare di “azzardopatia”, eliminando ogni riferimento al divertimento. Effetto su cui hanno investito i Taxi 1729 per lo show interattivo “Fate il nostro gioco”. (g.f.)
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