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Lino Guanciale: “Carissimi Padri”, la vittoria di Modena

di Lino Guanciale
Lino Guanciale: “Carissimi Padri”, la vittoria di Modena

Un bilancio del progetto teatrale di Ert tracciato da uno dei suoi protagonisti

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MODENA. Trentuno gennaio, ore due del pomeriggio, l'ultima replica di “Istruzioni per non morire in pace” sta per cominciare. Sono seduto nel mio camerino, intento a truccarmi prima di entrare in scena, e sento espandersi in me, come un'onda, la strana sensazione che mi accompagna già da un po’. A lungo ho creduto che si trattasse di uno spleen vago e impudicamente adolescenziale, ma adesso lo riconosco: è un sentimento più forte e radicale, lo vedo chiaramente ora che ho davanti i titoli di coda. È paura. Questa è la verità. “Carissimi Padri” ha cambiato tante cose in poco più di un anno, per me, per i miei compagni, per quanti vi hanno preso parte nei modi più diversi, a vario titolo. E ora che tutto questo sta finendo - anzi, sarà già finito nel momento in cui starete leggendo queste righe - la domanda che mi spaventa è tanto elementare quanto angosciosa: “Cosa resta?”.

NON PREOCCUPATEVI. Non preoccupatevi, care lettrici e cari lettori, non ho intenzione di annoiarvi con la classica paranoia da attore sulla “maledizione dell'effimero”, quel dolore figlio della precipuità dell'esperienza teatrale per cui ogni gesto fatto in palcoscenico svanisce subito, appena compiuto, senza possibilità di tesaurizzazione fuorché nella memoria degli spettatori presenti... non è paura della fine, la mia. È paura che si perda quanto fatto fin qui, perché questo progetto ha messo in campo molto di più di un (pur bello, dicono in tanti) spettacolo teatrale. Insomma, mi ripeto: “Cosa resta?”.

UN BILANCIO. Per trovare una risposta, proverò prima a far fronte ad un'altra domanda fondamentale: “Come è andata?”... Qui la questione si fa delicata, perché arriva sempre il momento dei bilanci, d'accordo, ma quando si tratta di teatro, in genere li si affronta armati di rassegna stampa, recensioni e dati di sbigliettamento, perché i parametri in base ai quali si giudica la sorte di uno spettacolo sono essenzialmente quelli. Però, quali parametri darsi, invece, per “fare i conti” con un progetto come “Carissimi Padri”, il cui atto finale, la trilogia “Istruzioni per non morire in pace”, rappresenta la punta d'iceberg di un percorso vasto e articolato? Manteniamo la calma e proviamo a procedere con ordine. Non ci metterò molto, non temete: devo pur sempre entrare in scena fra poco...

APPUNTI FINALI. Scrivo queste poche righe, appunti finali di un lungo viaggio, nel corridoio di un bellissimo teatro. A dire la verità ho iniziato a buttarle giù dietro le quinte di un altro palcoscenico, quello dello Storchi, durante l'ultimo giorno delle repliche modenesi: il fatidico giorno della “Maratona”, quello in cui abbiamo recitato di seguito tutte e nove le ore della trilogia - esperienza ai limiti dell'umano, credevamo, eppure al termine del trittico ognuno di noi era talmente esaltato dalla risposta commossa ed euforica del pubblico che non riuscivamo più a scendere dal palco: a sipario chiuso ci siamo stretti in un abbraccio collettivo che a ripensarci adesso mi pare sia durato ore, e piangevamo e ridevamo... Ora mi trovo a riordinare questi pensieri nell'ultimo giorno di recite al Bonci di Cesena: “Carissimi Padri” termina qui la sua corsa. Una lunga spirale di eventi, attività, possibilità di scambio intellettuale, di incontro e confronto culturale ha raggiunto il suo punto apicale e conclusivo in queste prime settimane del 2016, dopo più di un anno di lavoro speso fra progettazione, ricerca e restituzione pubblica dei laboratori, dei cicli di lettura e delle mise en espace che hanno costellato ben due stagioni teatrali.

BELLA ACCOGLIENZA Partendo dalla fine, sia a Modena che a Cesena il pubblico ha accolto gli spettacoli del trittico di “Istruzioni” con grandissimo favore. Abbiamo forte addosso il ricordo dei lunghi e intensi applausi ricevuti, e non ci aspettavamo davvero che una sfida tanto impegnativa come quella che sapevamo di aver lanciato agli spettatori con così tante ore complessive di spettacolo potesse portare tali risultati. Con il progetto precedente, “Il ratto d'Europa”, avevamo cercato di trattare il difficile tema dell'identità europea con leggerezza e intelligenza, inventando questa formula per cui nell'anno solare che precede la messa in scena dello spettacolo finale, il progetto mette in campo un'amplissima rosa di attività culturali e formative sul territorio, proponendo partnership a una vera e propria falange di istituzioni pubbliche, private e associazioni presenti in città, in modo da coinvolgere quanta più gente possibile attorno ad una cosa che di solito interessa un numero (sempre più!) ristretto di appassionati, ovvero un allestimento teatrale. Il risultato fu sorprendente: tante persone che prima non frequentavano il teatro hanno iniziato a inserirlo nella propria agenda settimanale, e l'obiettivo di rilanciarlo come polo culturale propulsivo, in grado di coagulare energie diverse e fare rete con la società civile e gli altri punti di riferimento intellettuale della città, è stato raggiunto: alla fine del “Ratto” sono stati i partner del progetto, le parti della città che eravamo riusciti a toccare, che hanno chiesto ad ERT - e con ERT a noi - di continuare.

BENI COMUNI. A quel punto è stata la volta del progetto “Beni Comuni”, realizzato da Ert insieme ad Ater, e poi “Carissimi Padri” è arrivato ad alzare decisamente l'asticella, concentrandosi sull’analisi, la ricostruzione, la rappresentazione del mondo precedente la fatale soglia del 28 giugno 1914, quella Belle Époque piena di sogni, utopie, inquietudini e velleità contraddittorie profondamente vicine alle nostre. Un intento ambizioso che ha prodotto una tabella di marcia fitta e complessa, un cartellone di eventi importanti e numerosi: oltre 60 tra letture, conferenze, concerti, mise en espace, lezioni-spettacolo, atelier (gli spettacoli di massa realizzati in tre giorni di lavoro con duecento non professionisti al nostro fianco), per un totale di partecipanti attivi calcolabile attorno al migliaio, e un “monte partner” di 70 soggetti istituzionali e associativi affiliati al progetto. Cito alcuni numeri non per vanagloria, ma solo perché essi, solo apparentemente noiosi, servono ad oggettivare la sostanza delle cose in modo da poter sciogliere il primo nodo fondamentale: rispondere, per l'appunto, alla domanda “Come è andata?”.

MEGLIO DEL RATTO D'EUROPA Secondo questi numeri “Carissimi Padri”, il cui ultimo atto, ovvero lo spettacolo “Istruzioni per non morire in pace”, ha collezionato circa 5000 spettatori tra le 10 repliche modenesi e le 3 cesenati, ha significato una crescita rispetto al “Ratto d'Europa”. Ma per tanti versi che questo fosse accaduto noi lo sentivamo già prima di vedere le cifre. Lo sentivamo sulla nostra pelle di attori impegnati a proporre al pubblico un progetto e uno spettacolo dal tema e dalla forma linguistica - nonché dall’imponenza “cronometrica”, tanto per tornare alle 9 ore di durata totale - più complessa e difficile rispetto a quanto proposto in passato. Non sapevamo se saremmo stati in grado di preparare adeguatamente noi stessi e il pubblico che ci ha seguito, e spesso il timore di non essere all'altezza ci ha presi alla gola. Ma oggi che questo volo è terminato, e che abbiamo impressi negli occhi i volti felici degli spettatori, quelli raggianti dei partecipanti ai nostri laboratori, partecipanti di tutte le età, delle più svariate provenienze sociali e culturali, oggi che possiamo misurare a spanne col nostro cuore la temperatura dell'entusiasmo seminato, oggi che ci chiediamo cosa resti di tanto lavoro possiamo intanto dire a noi stessi che “È andata molto bene”, perché i numeri confortano e confermano le nostre intuitive impressioni.
Un nodo è sciolto, dunque, ma un altro resta da dipanare: “Cosa resta?”, mi chiedo, e intanto il tempo scorre e fra un po' mi toccherà lasciare il camerino e andare a lavorare...


TEATRO PARTECIPATO. Forse ci sono! Vedete, in molti hanno cominciato a indicare il nostro modo di lavorare con una definizione oggi piuttosto popolare: teatro partecipato. Spesso mi sono chiesto se sia o meno un'espressione calzante, e devo ammettere che tutto sommato non è affatto peregrina, visto che fotografa bene l'attitudine al coinvolgimento territoriale che ormai da anni pratichiamo integratamente ai nostri allestimenti teatrali. Quanta strada abbiamo fatto insieme ad Emilia Romagna Teatro, su questo fronte... penso alla convinzione con cui questo ente produttore ha scommesso su una prassi cultural-teatrale tanto innovativa quanto semplice, come l'uovo di Colombo, penso a questa fissazione, che all'inizio ci sembrava solo nostra, di cercare di coinvolgere quante più persone possibile in un grande percorso di formazione propedeutico all'evento scenico, a questa idea di avvicinare la gente al teatro provando a fargliene assaggiare un poco, per far comprendere come davvero questo linguaggio possa avere un suo specifico potenziale cognitivo, come davvero determinate dinamiche psicologiche o sociali possano essere comprese meglio, o magari essere comprese soltanto attraverso uno schema teatrale... penso a tutto questo, alle ore di sonno perse da me e dai miei compagni per scrivere, studiare, fare ricerche in biblioteca o in sala prove, alla fatica fatta da chi è impazzito per tentare di sostenere su un piano produttivo un modo di lavorare quasi dissennato...

STUDENTI E INSEGNANTI. e infine penso a quegli studenti e a quegli insegnanti che non si sono persi neanche una delle nostre attività negli ultimi mesi, penso agli amici e alle amiche che hanno assistito alle nostre prove portandoci un parere, un giudizio, un suggerimento sempre costruttivo e utile, penso al fatto che ognuno di loro, anche stavolta, ci ha chiesto “Quando tornerete?”... e mi succede una cosa che non mi succedeva da tempo. Mi commuovo. Mi sento come un bambino che non vuole andarsene da casa sua, e vorrei che l'ultima luce del finale dello spettacolo non dovesse spegnersi mai più.

Ecco cosa resta, nel quadro di un paesaggio di cifre e dati obiettivi confortanti, di recensioni belle e bei giudizi e complimenti. Ecco cosa resta e cosa conta davvero: il desiderio non solo nostro, il desiderio condiviso di continuare. La paura allenta la sua morsa, ora, piano piano. Respiro, sorrido, stringo i miei compagni, “Merda!” ci diciamo e si entra in scena. Tranquilli: finché ce lo chiedete torniamo.
Lino Guanciale

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