Il potere della borghesia mafiosa ha contagiato la Modena sana
L’analisi della Direzione Nazionale: «L’indagine Aemilia è medicina in un corpo gravemente malato» Allarme terrorismo islamico: inchiesa della Digos su un kosovaro che preparava attentati in Austria
Un macigno si abbatte su Modena e su una regione per decenni definita un “modello di legalità”. Lo sgancia il consigliere della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Cesare Sirignano, che sulla falsa riga di quello che scrisse già lo scorso anno il collega Roberto Pennisi offre una fotografia allarmante del radicamento della malavita organizzata in terra emiliana. Perché se è pur vero che il mondo camorrista dei Casalesi ha lentamente perso i vertici, diventando marginale per il Modenese - elemento già sancito a più riprese anche dal procuratore capo di Modena, Lucia Musti - altrettanto non si può dire per la ’ndrangheta di cui l’inchiesta “Aemilia” è soltanto la cartina tornasole della situazione. Una ’ndrangheta in giacca e cravatta, che fa affari, che va a caccia di potere e di legittimazione grazie ai buoni uffizi tessuti con la politica locale, le istituzioni e le imprese. Un lavoro creato nel tempo, lontano da sguardi indiscreti, che magistratura e forze dell’ordine hanno scoperto - almeno fino agli oltre 200 arresti di gennaio 2015 - in modo disordinato e senza mai avere un quadro d’insieme.
E allora ciò che viene scritto sulla relazione annuale della Dna pesa doppiamente su un territorio, che a parole continua a sostenere di essere ormai vaccinato e capace di tenere alla larga la malavita organizzata. Ma il futuro non è così roseo come qualcuno prova a far intendere: «Le organizzazioni criminali - scrive Sirignano - continuavano e continuano a prosperare ed ad espandersi a macchia d’olio ed anche i rappresentanti delle istituzioni locali, il cui impegno di sensibilizzazione si è rivelato fortemente condizionato dalle contingenze e, soprattutto, dalle manifestazioni più tangibili del pericolo mafioso, solo in rarissimi casi, hanno promosso movimenti di pensiero per mobilitare la popolazione in difesa della legalità».
Gli anticorpi - parola tanto cara ai politici geminiani - ancora mancano e il “contesto è ancora incapace di difendersi, minato alle sue radici e fortemente provato dalle difficoltà finanziarie e di investimenti nel settore dell’industria e del commercio” come del resto, ritornando sui tratti salienti di Aemilia, evidenzia il legame che intercorre tra i grandi e storici imprenditori del territorio e il sodalizio criminale, che li ha divorati, rendendoli funzionali al sistema e alla macchina per fare soldi. Perché è innegabile che, come scrive Giovanni Tizian su L’Espresso on line - la mafia è considerata da colletti bianchi e dalle imprese un valore aggiunto, una scorciatoia per aumentare i profitti. Si pensi, allora, alle prime inchieste sulle infiltrazioni da cui emergevano false fatturazioni e giri milionari di soldi che facevano comodo a tutti. Soldi, sinonimo di potere da cui è difficile non farsi attrarre: nella rete cadono un po’ tutti, professionisti, legali, forze dell’ordine, politici.
In compenso la società civile non ha reagito, forse non ha visto o magari ha scelto di tacere di fronte a comportamenti opachi, sintomo della malattia. «Il sostegno di una parte della stampa locale - scrive la Dna - il colpevole silenzio delle istituzioni, preoccupate dalle conseguenze derivanti dalla diffusione di notizie sulle presenze mafiose nei territori amministrati, la forza di intimidazione propria del gruppo operante in Emilia, hanno determinato una vera e propria trasformazione sociale, e del tessuto economico ed imprenditoriale».
Trasformazione sociale, che lasciando un attimo da parte le infiltrazioni malavitose - anche se il documento della Direzione Antimafia parla di legami mafia-terrorismo - coinvolge l’avanzata dello jihadismo da cui Modena non è immune. Ne è un segnale preoccupante l’indagine aperta e gli accertamenti in corso della Digos della Questura geminiana su un kosovaro che meditava attentati in Austria. Un tassello ulteriore che si aggiunge all’imam estradato e trovato, dopo diversi anni di indagini, a Camposanto - dove viveva - e al mirandolese convertito all’Islam, monitorato sì, ma ancora mai sorpreso in episodi criminali. Un tema nuovo, che i procuratori Antimafia emiliani hanno iniziato a setacciare con cura, nonostante le limitate risorse umane a disposizione delle varie procure.
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