«Focherini non deve essere dimenticato»
La pronipote Anita Semellini: «Era una persona normale, ma ha compiuto qualcosa di speciale»
In occasione della ricorrenza della Giornata Europea dei Giusti è stato possibile, ieri, assistere nell’ex Sinagoga alla proiezione a ciclo continuo del film documentario “Il vento bussa alla mia porta”, pellicola del 2007, con la regia di Nelson Bova, Stefano Cattini e Riccardo Giullari.
Il docu-film ripercorre il cammino che la pronipote Anita Semellini compie nell’inseguire i ricordi del bisnonno Odoardo Focherini, morto nel campo di concentramento di Hersbruck dove era stato internato per avere aiutato un gran numero di Ebrei a salvarsi dall’Olocausto.
Anita, com’è nata l’idea di realizzare un docu-film?
«In occasione del centenario dalla nascita di Focherini (6 giugno 1907), è sopravvenuta la necessità che venisse realizzato un documentario. Ciò avvenne ad opera dell’associazione culturale Sequence che decise, assieme ai registi, che questo non fosse un documentario canonico, solo storico, ma qualcosa che potesse creare realmente un collegamento tra presente e passato. Il film non fornisce risposte ma, stimolando al pensiero, fa sì che ognuno si faccia una sua idea»
Quale dei tanti Odoardo dovrebbe diventare Santo, si chiede nel film: il Giusto? Il martire? Il padre? Il giornalista?
«Allora avevo 18 anni, oggi ho una visione meno frammentaria: lui è tutte queste persone. Un tempo desideravo che l’accento fosse puntato più sul lato umano. Oggi è il mio bisnonno e basta: ho accolto la globalità della persona, la sua complessità. Certamente è un personaggio che pone chiunque - credenti e non - davanti a tanti interrogativi».
Sua nonna Olga diceva che Odoardo era una persona normale. Lei è d’accordo?
«Mi piace pensare sia stata una persona normale nel senso che ha fatto un gesto che potevano fare tutti. Ha conosciuto persone in difficoltà e non ha girato le spalle, ma allungato la mano: sembra un gesto semplice, ma in certe circostanze diventa complicato. Voglio credere sia un lato umano che appartiene a tutti noi, piuttosto che pensare che fosse un segno divino o fosse nel disegno del suo destino. Diciamo che è stato un gesto speciale di una persona normale. Per me è così.
Oggi come porta avanti il suo insegnamento?
«Nel quotidiano, nel modo in cui faccio le cose, perché la memoria fine a se stessa non ha senso. L'impegno che ho scelto di assumermi è di raccontare questa storia ogniqualvolta mi verrà chiesto: è più doloroso da quando mia nonna è mancata, ma è anche il suo insegnamento. Al di là del dolore, rimane la bellezza nel raccontare storie come queste».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
