La leggenda e la paura delle saponette
Una bambina di Roma e una di Napoli trovarono affetto in un casolare di gente povera, ma di grande cuore, a San Giovanni di Concordia. La famiglia era quella dei Tanferri. Giuseppe, il più piccolo...
Una bambina di Roma e una di Napoli trovarono affetto in un casolare di gente povera, ma di grande cuore, a San Giovanni di Concordia. La famiglia era quella dei Tanferri. Giuseppe, il più piccolo degli 11 figli di Giusto e Adele Pecchini, era stato un capo partigiano e nel 1946 diventerà sindaco di Concordia. Catturato dai fascisti e imprigionato nell’Accademia militare di Modena, era stato picchiato, appeso a un gancio e bastonato sulle piante dei piedi. Destinato alla fucilazione, riuscì a salvarsi. La sua famiglia fu tra le prime a rispondere all’appello ed ospitò prima Bernardina Castroni di Roma, quindi Margherita De Luca Bosso di Napoli. «Mio padre - spiega Franca, figlia di Giuseppe - era un uomo generosissimo. Nonostante fosse provato dalle torture, fu in prima linea nell’ospitalità di quei bimbi». In casa Tanferri nell’insalata si metteva solo aceto, perché l’olio, come ricorda Remo, l’altro figlio di Giuseppe, “era roba da signori…”. «Ricordo il giorno in cui arrivò Margherita - prosegue Franca - In casa si stava preparando il sapone e lei iniziò a tremare. Le suore, a Napoli, le avevano raccontato che i comunisti emiliani i bambini li mangiavano o ne facevano saponette…».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
