Borsellino in città: «I giovani devono respirare la libertà»
«I giovani sono i più adatti a sentire il fresco profumo della libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, come diceva mio fratello, Paolo Borsellino e questo...
«I giovani sono i più adatti a sentire il fresco profumo della libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, come diceva mio fratello, Paolo Borsellino e questo Centro Studi si conferma di vitale importanza in questo senso». Così, Rita Borsellino esordisce nel commentare la nascita del primo Centro Studi al di fuori di Palermo intitolato al fratello Paolo, grazie alla collaborazione con la Fondazione Cr Carpi. Il Centro avrà sede alla Casa del volontariato di via Peruzzi e questa sera alle 20.45, all’auditorium San Rocco, si terrà la presentazione con la presidente, la stessa Borsellino, l'assessore regionale Massimo Mezzetti, Vito Zincani, già procuratore capo a Modena, il presidente della Fondazione Cr Carpi, Giuseppe Schena.
Rita Borsellino, com’è nato il suo legame con il nostro territorio?
«Da anni faccio incontri nelle scuole che si sono svolti anche a Camposanto, dove ho ricevuto la cittadinanza onoraria. È qualcosa che ho ereditato da Paolo, tra i primi a capire l’importanza degli incontri con i giovani: ne tenne tanti in Sicilia ma anche al di fuori. Lui si affidava alla loro intraprendenza e capacità di uno sguardo pulito per la possibilità di cambiare la cultura mafiosa. Mi è sembrato naturale raccogliere questo testimone. Il Centro Studi è stato un po’ il sogno che ho coltivato in tutti questi anni di attività, per mettere a disposizione di tutti il materiale raccolto in questi 24 anni».
C’è un episodio specifico da cui nasce la voglia di raccontare?
«A me piace raccontare Paolo come persona. Quest’esigenza nasce al mio primo incontro con una scuola, nel settembre del 1992, con bimbi di seconda elementare. Erano spaventati per la strage di via D’Amelio: cercando di rassicurarli iniziai a raccontare di Paolo bambino e adolescente, quando arrivava a casa e batteva i pugni sul tavolo indignandosi di fronte alle ingiustizie. Vedere come i bambini si scrollavano di dosso la paura e lasciavano spazio alla curiosità è stato meraviglioso. A un certo punto ricordo che un bimbo si alzò e mi chiese: lo posso chiamare zio Paolo? ».
Soprattutto negli ultimi tempi, a Modena e a Reggio, con l’inchiesta Aemilia, è apparso evidente come vi sia un forte radicamento mafioso sviluppatosi in modo più sottile che al sud, tramite gli affari e sottovalutato per anni. Come possiamo combattere al nord la criminalità organizzata?
«Il fatto che si sia radicata in modo diverso che al sud richiede che si usino strumenti diversi per combatterla. Proprio la sottovalutazione permette il radicamento. Sono convinta che la chiave principale sia quella della conoscenza. Quando la mafia si insedia a Palermo è una mafia violenta, la mafia economica e finanziaria è difficile da riconoscere: ci vuole capacità di accettarne l’esistenza, io ho visto tanti negarla quasi per pudore. Paolo diceva che la lotta contro la mafia non può essere solo opera di repressione, deve essere accompagnata da un movimento culturale, morale e religioso che coinvolga tutti. Il ruolo delle associazioni, che in Emilia sono tante, è importantissimo».
Serena Arbizzi
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