«Ho solo un rimpianto: il plasma»
Veronesi racconta l’invenzione del biomedicale: «E oggi da malato ne faccio uso»
MIRANDOLA. «Il segreto? Lavorare a testa bassa, con concretezza e trasparenza, e andare negli ospedali ad ascoltare le lamentele. Oggi come ai miei tempi, per questo sono ottimista sul futuro del biomedicale di Mirandola». La storia del biomedicale – cento di aziende tra cui una decina di multinazionali, 5mila addetti, un fatturato di quasi un miliardo di euro a stare stretti – è rinchiusa in un nome e un cognome: Mario Veronesi, mirandolese, classe 1932, di professione imprenditore, anzi “inventore” del comparto biomedicale della Bassa.
Veronesi, occhiali scuri, qualche acciacco ma una mente ancora “fresca”, si è raccontato ieri a Modena, durante un convegno di approfondimento sulla comunicazione del biomedicale, cui hanno presenziato altri illustri imprenditori e operatori del settore cardine della Bassa.
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Il padre del biomedicale negli anni Cinquanta esordì come farmacista. A partire dai primi Sessanta iniziò a costruire, e poi a vendere, aziende specializzate in prodotti plastici monouso ed elettromedicali. Tante aziende medio-piccole e colossi come “Bellco Società”, “Fresenius Hemocare”, “Gambro Dasco” ora del gruppo Baxter attive nei campi di applicazione medica di emodialisi, cardiochirurgia, anestesia e rianimazione, dialisi, cardiochirurgia, trasfusione.
Partiamo dal passato Veronesi, cosa ricorda degli inizi?
«Tutto. Io sono figlio di un medico e mi iscrissi a Bologna a Medicina, ma non mi piaceva e passai a farmacia. Dopo la laurea fui fortunato perché vendevamo la farmacia della mia città e, grazie anche alle banche, la comprammo. Subito capii alcune cose».
Ad esempio?
«Che i primi oggetti medici, come i tubi monouso, venivano importati dalla Francia, con alti costi. Per questo nel giro di 3-4mesi mi misi a produrli qui nella nostra zona. Presto passammo ai reni artificiali e pian pian venne il resto».
I reni, novità risolutiva.
«Sì, una grande soddisfazione, perché altrimenti dopo 15 giorni di blocco reale si muore. Io oggi sono uno dei 45mila emodializzati d’Italia e negli ospedali vedo ancora tanti sprechi».
Cosa, in particolare?
«Ci sono le macchine per la dialisi che vengono sottoutilizzate, tante funzioni gli operatori non le conoscono, altre sono inutili e si potrebbero eliminare in questo modo contenendo i costi. Il problema è che oggi gli ingegneri preferiscono stare in ufficio».
Lei ci andava in ospedale?
«Era ed è fondamentale andare sul posto, sentire e tornare con una idea imprenditoriale. Io ho fondato, poi venduto, il 70% delle aziende del biomedicale e spesso ho preso come soci i miei collaboratori così si portavano il lavoro a casa anche a Pasqua e Natale».
Ma perché qui è nato tutto?
«Perché a me piace la gente di questa terra, dalle scuole superiori modenesi uscivano persone brave e flessibili, manodopera qualificata. È importante perché realizziamo macchine per gli ospedali, per curare le persone. Perciò non bisogna mollare mai».
È ora si gode la pensione?
«No, ho dei problemi di salute, ma mi piace stare concentrato anche dopo 58 anni di lavoro, ora abbiamo creato una associazione senza fini di lucro. Partimmo nel 1962 producendo articoli biomedicali monouso e la prima azienda del futuro distretto fu la Miraset poi sviluppammo il primo rene artificiale italiano fondando la Dasco (Divisione Apparecchi Scientifici Ospedalieri)».
Ha forse un rimpianto?
«Uno sì, cercammo di raccogliere plasma in Italia invece di prenderlo dall’America, pagandolo ovviamente di più. Ma poi L’Avis e il ministero si impuntarono e non riuscimmo nell’impresa».
E aiuti ne avete avuti?
«Lasciamo stare. Pensi che ai sindaci modenesi degli anni ’70 chiedemmo una strada comoda per arrivare dalla Bassa a Modena, ma ci dissero che dovevano realizzare la Cispadana a breve... Son passati 40 anni».
Stefano Luppi
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