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Da Modena ad Auschwitz, I ragazzi alle radici del peggiore dei genocidi

di Alessandra P. De Luca
Da Modena ad Auschwitz, I ragazzi alle radici del peggiore dei genocidi

Gli studenti modenesi sono giunti a Cracovia, oggi la visita al campo di sterminio Lo storico Saletti: «Fondamentale capire davvero perchè accadde tutto questo»

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CRACOVIA. È durato più di sedici ore il viaggio degli studenti modenesi che ieri sono finalmente arrivati a Cracovia. Il tempo di sistemare i bagagli all'hotel Efekt Express, e subito si sono calati nelle attività prevista dal programma. I ragazzi hanno incontrato lo storico, traduttore e regista Carlo Saletti. "Pensare il genocidio" è stato il titolo del suo intervento. «Nulla di neutro, qualcosa che ti occupa i sogni». E allora perché occuparsene? «Per ristabilire una concatenazione di fatti che produce senso storico», si risponde. Saletti parte dalle parole: genocidio. Cita Raphael Lemkin, ebreo polacco nato nell'attuale Lituania: scappato negli Stati Uniti prima dell'arrivo dei nazisti, Lemkin era autore di un libro fondamentale per il pensiero del diritto internazionale, di cui dedicò un'intera parte al concetto di genocidio. Genocidio come crimine di uno stato contro una parte dei suoi stessi cittadini. Qualcosa che è sempre esistito, in fondo, ma che con la Shoah ha assunto un volto nuovo, orribilmente diverso. «Lemkin è il padre del termine genocidio», puntualizza Saletti, che contestualizza la soluzione finale all'interno di un quadro storico più ampio. «Il passaggio più importante tra Ottocento e Novecento- spiega - è legato al concetto di nazione sovrana». Con tutto quello che ne segue. «Ritornare alla sovranità dei confini singoli - riflette Saletti - è stato un grandissimo errore». L'antisemitismo nell'Europa di allora, peraltro, era diffusissimo. «Andò al potere una cricca di antisemiti radicali, di cui Hitler era la punta di diamante: - spiega Saletti -l'odio si fece progetto». Fino al modello migratorio, ai ghetti come luoghi d'estinzione di una specie che non serve, alle fosse che gli ebrei dovevano scavarsi da soli, alle deportazioni, a tutto ciò che sappiamo, insomma. Che gli studenti conoscono a menadito.

Perché studiare tutto questo sino ad averne quasi un'ossessione? «Per ricondurre la nostra empatia a quelle pagine e a quelle immagini», risponde Saletti citando il punctum di Roland Barthes. Quell'intima parete di noi che un'immagine sa grattare con violenza. «Un punto di rottura - dice Saletti - cui arrivare per comprendere davvero». Come il cappottino rosso della bambina nella celebre foto in bianco e nero, che ritrae una folla di ebrei con la stella al braccio: «Dovete sapervi chiedere Chi è? Come si chiamava?», incalza Saletti. È quello che accade, in fondo, davanti alla teca delle valigie e delle scarpe di Auschwitz. Un punctum, insomma, proprio di fronte alla molteplicità. Un tasto su cui battono i musei, è un tutto dire chiamarli così, quando allestiscono teche di capelli come fossero gioielli. «È più difficile onorare la memoria dei senza nome rispetto a chi è conosciuto»: Saletti conclude citando Walter Benjamin. «Pensare il genocidio - dice - significa ridare i nomi, chiamare uno per uno, farsi pungere». Pensare la moltitudine: la storia è un bosco di nomi. Mentre Saletti parlava all'hotel Efekt Express, al Ruczaj Ilaria Montixi, per conto di Emergency, ha tenuto una conferenza dal titolo «La guerra è solo vittime». Parallelamente, lo studioso Manfredi Scanagatta ha intitolato il suo intervento al Major «Giovani per ricordare».. In seguito, gli studenti hanno cenato in albergo e si sono recati nella Sinagoga Temple di Cracovia per assistere allo spettacolo di e con Eyal Lerner, intitolato «Cge non abbiano fine mai… La memoria ebraica tra musica e racconti».

E oggi il viaggio entra nel vivo con le visite ai luoghi dello stermino.

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