A Frassinoro la ceramica Terre della Badia si ferma
A rischio il posto di lavoro per circa cento dipendenti a Frassinoro. Presidio davanti la fabbrica: si spera in un possibile acquirente
FRASSINORO. Trovarsi senza un domani, per sé e la propria famiglia, nel giro di pochissimi giorni. È quanto capitato ai 90 dipendenti della ceramica Terre della Badia, la più importante realtà produttiva del paese assieme alla meccanica Trenton, con cui forma il cuore del polo industriale di via Canossa. Da ieri mattina alle 5 gli operai hanno bloccato la produzione indicendo uno sciopero con un presidio costante che, tramite turnazione, è andato avanti tutta la notte nonostante il freddo per impedire che arrivino camion a caricare mattonelle, l'unica ricchezza loro rimasta.
LE FAMIGLIE A RISCHIO Donne, uomini, persone di mezza età, giovani. Quasi tutti del posto, che se perdessero il lavoro dovrebbero abbandonare la montagna. Da tempo c'erano avvisaglie che qualcosa non andava nell'azienda presa in mano nel marzo 2012 dall'imprenditore reggiano William Reverberi, alla prima esperienza ceramica dopo aver rilevato dalla Gresmalt. Ma venti giorni fa nell'ultimo incontro con i vertici era stato detto che tutto andava bene. Poi da giovedì scorso vengono fuori voci di gravissime difficoltà con i fornitori di materie prime, a partire da sabbia e terra. Venerdì si fa l'assemblea dei lavoratori e il sospetto diventa certezza: l'azienda ha accumulato troppi debiti e non riesce più ad andare avanti. A metà mese non vengono pagati gli stipendi di febbraio, che si sommano a una media di 14 mesi di tfr non corrisposto. Nel mentre, si assiste a un'impennata di traffico di camion venuti a caricare e portare via piastrelle dalle montagne di pallet accumulate in quello che una volta era il parcheggio aziendale e che dall'estate 2015 è diventato un sito di stoccaggio, costringendo i dipendenti a parcheggiare a bordo strada.
LA MOBILITAZIONE Scatta la mobilitazione sindacale per bloccare i carichi e viene indetto uno sciopero per lo stesso giorno in cui a Sassuolo è stato fissato un incontro con la proprietà per capire. Perché nessuno sa ancora se si chiude davvero o no. E si diffondono voci ancora peggiori, secondo cui c'è anche il rischio di uno stacco di luce e gas, tanto che l'azienda concorda con i lavoratori da subito un piano di spegnimento graduale del forno che richiede 70 ore, per evitare uno stop improvviso che potrebbe procurare danni strutturali. Poi la lunga attesa dell'esito dell'incontro mentre gli operai, aspettandosi una lunga chiusura, mettono pallet di mattonelle davanti alle finestre per impedire a malintenzionati di entrare nelle sale. «Io ho una bimba piccola, se viene a mancare questo lavoro non posso restare qui anche se voglio vivere in montagna con la mia famiglia», sottolinea Andrea Piacentini, che è anche vigile del fuoco volontario.
LO SCONCERTO «Quest'azienda è come la Fiat in aree depresse – osserva Gianpiero Torri – se va via è finita». «Ho 60 anni, che cosa vado a fare se si chiude?» si chiede Gino Serradimigni. «Bisogna spostarsi a Sassuolo – risponde Claudio Zanti – dove non c'è lavoro nemmeno per chi è di lì». Ma l'allarme è anche tra i giovani: «È un'azienda con ottimi impianti ancora, non può chiudere», dice Francesco Attorre. «Sarebbe un disastro – commenta Giacomo Sassatelli – proprio adesso che Frassinoro ha la prospettiva di un rilancio con l'inclusione in zona Unesco». Ma in serata arriva lo spiraglio: «La proprietà non ha le condizioni per andare avanti, c'è però qualcuno intenzionato a rilevare l'azienda - spiega Carlo Antonino della Filctem Cgil, al tavolo di Sassuolo con quattro Rsu – ma bisogna vedere se si concretizza. Per questo abbiamo chiesto la convocazione di un tavolo con la Provincia».
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