Auschwitz, il luogo che ti cambia
Gli studenti molto colpiti dalla visita nel campo-museo. Non c’è spazio per i selfie: silenzio e riflessione
Òswiecim è il nome polacco di Auschwitz. Per arrivarci bisogna percorrere campagne e paesi con tetti spioventi e arbusti disordinati. Ieri c'era il sole, e tra il suo calore e qualche passante distratto sulla via per raggiungere il campo, sembrava quasi di andare al museo, più che in un luogo vero. In qualche modo, le pagine dei libri di storia hanno costruito un racconto vero e proprio. O forse, anziché passarci per caso, anziché posare gli occhi per la prima volta su un luogo, come accade quando si fa esperienza del mondo, prima di tutto Auschwitz, prima di esistere, ci è stata raccontata miliardi di volte. In qualche modo, andare ad Auschwitz è come entrare in un libro. Bisogna ripetersi, per qualche volta, un mantra: «è esistito davvero, non è una ricostruzione». Auschwitz comprendeva circa 50 campi di concentramento. Ieri, gli studenti modenesi in viaggio col progetto Un treno per Auschwitz, hanno visitato il primo. Il più famoso, quello del "Il lavoro rende liberi". All'entrata circa un'ora di fila: «accade praticamente tutti i giorni», dice una guida nei paraggi. Dopo i controlli al metal detector e la consegna delle cuffie per la visita guidata, i ragazzi hanno raggiunto il tristemente celebre ingresso del campo. Sulla destra, un prato adibito alle fucilazioni, alle punizioni, alle impiccagioni. Divisi in gruppi corrispondenti ai pullman che li accompagnavano, i ragazzi si sono divisi per seguire le diverse guide all'interno di un luogo che, dicono a posteriori, «nessun libro può raccontare». Eppure, la visita ad Auschwitz è proprio una visita al museo. Ogni edificio, al tempo utilizzato come dormitorio, ufficio o luogo di lavoro, ospita un percorso. Mucchi di immagini, mucchi di oggetti. Mucchi di occhiali, di scarpe, di valigie, di protesi per chi non era adatto al lavoro. Mucchi di capelli: circa due tonnellate. Trecce grigie o trecce da bambina. Bambole, tazze, pentole, spazzole. Tutto accuratamente disposto in teche di vetro. Una dopo l'altra insieme alle foto. Ieri Saletti diceva che «la storia è un bosco di nomi». Mucchi di fotografie che ritraggono momenti come la selezione: destra o sinistra, vita o morte. Una scia di teste bianche avviate alla morte perché non adatte al lavoro. E così via, fino ai sotterranei, alle celle, al cortile delle impiccagioni e al forno crematorio. Due metri più in là rispetto alla casa del primo comandante del campo, che lì cresceva i propri figli e coltivava giardini di rose per la moglie. Tutto ciò che conosciamo, insomma, come ogni cosa che finisce in una teca di museo. I ragazzi hanno seguito le guide silenziosi. Niente selfie né disattenzioni. Rapiti dalla faccia della storia, hanno completato la visita senza fare domande. Solo qualche ora dopo hanno raccontato le loro impressioni. «Molto toccante: - ha detto Matteo Centonza del Vinci di Carpi - ho visto immagini e sentito racconti di cui, anche se ho studiato mille volte la Shoah, non immaginavo la portata». Ma ha senso trasformare Auschwitz in un museo? Come si fa a costruire memoria? Non sarebbe meglio affidare quel luogo al tempo come si fa con una tomba? Sono domande che quei muri sporchi suscitano in chi li guarda. L'opinione è unanime. «Il racconto va mantenuto vivido e intenso - dice Francesco Ferrari, compagno di Matteo - anche grazie a un percorso così studiato». «Rispetto ad altri luoghi di memoria - dice Nicole Bertani del Fanti- mi è sembrato poco sfruttato e molto istruttivo». «La guida è necessaria per creare coinvolgimento e costruire senso», conferma la compagna Giulia Zanfi.
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