E lo storico Saletti svela ai ragazzi perché è nato il negazionismo
Un viaggio come quello intrapreso dagli studenti modenesi di Un treno per Auschwitz significa riflettere sulla costruzione della memoria. I fatti, i numeri: cose che gli studenti sanno. Visitare...
Un viaggio come quello intrapreso dagli studenti modenesi di Un treno per Auschwitz significa riflettere sulla costruzione della memoria. I fatti, i numeri: cose che gli studenti sanno. Visitare Auschwitz significa chiedersi se ha senso farlo, cosa può nascere da questo sguardo. Lo storico Carlo Saletti ha accompagnato i ragazzi all'interno del campo di concentramento del viaggio nel pomeriggio. Obiettivo: spiegare loro il negazionismo. I punti su cui fa perno, e la loro plausibilità. «Faremo una passeggiata nel campo - ha detto - e sosterrò le tesi dei negazionisti proprio di fronte i luoghi su cui puntano il dito, per rispondere». La tesi, che ha preso piede tanto a destra quanto a sinistra, può essere riassunta così: in virtù di svariati interessi, gli ebrei hanno mistificato la storia. Auschwitz come tanti altri luoghi del genere non sono mai stati campi di sterminio. Erano campi di lavoro, lager al pari di tanti altri: la morte accadeva e non veniva architettata. Auschwitz, in poche parole, non era un inferno ma solo un luogo di guerra. Una storia lunga, quella del negazionismo, che meriterebbe un articolo a parte e che, cominciata negli anni Cinquanta, è esplosa nei Settanta.
Ma la domanda che tutti, o molti, si fanno di fronte al negazionismo: come negare Auschwitz? «Ci sono luoghi qui dentro - spiega Saletti riferendosi al bordello, alla piscina e al teatro - che, in quanto luoghi di piacere, vengono utilizzati per sostenere la tesi che Auschwitz non fosse l'inferno in terra». Il bordello, infatti, era messo a disposizione dei detenuti più importanti, come i capò. La piscina, in particolare, si presta alle mistificazioni: il cartello illustrativo la definisce "in forma di piscina", anche se le scalette e la forma non lasciano molti dubbi sul fatto che fosse una piscina vera e propria. Quanto al forno crematorio, una serie di studi, su cui varrebbe la pena di soffermarsi, rivelano che fu ricostruito e che quello presente al campo non è quello originale. Inoltre, non era costruito in modo che i prigionieri potessero vedere fiamme o fumo dall'esterno, come alcune testimonianze riportano. Un incontro lungo, quello con Saletti, che varrebbe la pena di raccontare in dettaglio. Ma ancora una volta, il problema riguarda la costruzione della memoria. «Perché le politiche museali non sono trasparenti su tutto questo?», si chiede Saletti. «Perché - continua - aver paura di parlare di un teatro, di una piscina, o di un forno crematorio non originale?». «Viviamo del racconto di questo posto: - si risponde - e qualsiasi cosa vada contro l'immagine dell'oggettivo inferno che ha rappresentato viene omesso».
Il risultato è pane per i denti del negazionismo, che in questo tocco di pennello vede una bugia. Eppure, non stupirebbe che i nazisti ascoltassero l'opera o facessero tuffi mentre due metri più in là centinaia di persone venivano trucidate. “La celebrazione - conclude Saletti - non può farsi posa”. O retorica: il risultato è controproducente.
Alessandra P. De Luca
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