La ’ndrangheta all’ emiliana non parla più solo calabrese
Voci dal Branco, la redazione delle superiori, incontra la prof di lettere del Corni, madre di Giovanni Tizian. Il racconto di una famiglia costretta a fuggire che ritrova il “nemico” a Modena
MODENA. Una sala di ragazzi di età e scuole differenti ha accolto Mara Fonti al Memo.
Mara è docente di lettere all’Itis Corni, ed è anche mamma del giornalista e scrittore Giovanni Tizian, sotto scorta per le sue inchieste sulla ’Ndrangheta in Emilia Romagna. L’incontro è stato organizzato da Voci dal Branco, nel decennale, assieme all’Associazione Libera che ha partecipato con Rebecca, attivista della sezione Peppe Tizian di Carpi, reduce da tre campi nei luoghi sequestrati alle mafie.
Una mamma. Mara ha parlato da mamma e da perseguitata di mafia ai ragazzi, raccontando la sua vita e quella della sua famiglia.
Un tuffo nella Locride. È stato un tuffo nella Locride degli anni Ottanta, nella guerra tra legalità e cosche che si è combattuta a Bovalino (che detiene il record di sequestri...), dove viveva la famiglia Tizian - Fonti. La mamma Mara, il papà Giuseppe e il piccolo Giovanni, sono stati costretti a convivere con un clima di tensione e paura da quando aprirono un mobilificio. Il rifiuto di collaborazione e l’immensa forza necessaria per voltare le spalle ad un fenomeno così influente in Calabria ha colpito la famiglia, prima con l’incendio dell’azienda e poi con l’assassinio di Giuseppe, il papà di Giovanni, la sera del 23 ottobre 1989, freddato da tre colpi di fucile mentre tornava a casa. Un ostacolo troppo duro da superare, tanto da indurre la famiglia, negli anni ’90, a rifugiarsi a Modena. Una realtà completamente differente rispetto a Bovalino.
«Modena ha aiutato tanto, soprattutto per ritrovare una minima parte di speranza. Quando abbiamo lasciato la Calabria non sapevamo dove andare, ma il caso ha voluto che il treno avesse dei problemi e siamo scesi qui».
Il peso del passato. Il peso di quel passato, la determinazione e l’abilità hanno spinto Giovanni a scrivere sul fenomeno dell’espansione delle mafie al Nord, aprendo un nuovo fascicolo della sua vita. Perchè è noto che gli articoli della Gazzetta nei quali erano citati imprenditori affiliati alla ’Ndrangheta davano fastidio. Anche a Nicola Femia, boss del gioco d’azzardo in Emilia. Fino alle intercettazioni che hanno imposto la scorta al giovane giornalista, oggi all’Espresso.
«L'occhio era allenato, da impedire di fermarci davanti ai dubbi di qualcuno», ha detto Mara, con riferimento alla capacità che si acquisisce di inquadarare queste vicende.
Mara ha raccontato della grande solidarietà per Giovanni quando è arrivata la comunicazione che avrebbe vissuto sotto scorta, anche se non basta ad una madre per sentire proprio figlio protetto: «È stato un periodo molto brutto, soprattutto inizialmente, quando le indagini erano ancora in corso, non ci potevano dire da dove veniva il pericolo. Facevo fatica ad uscire di casa, costretta a pensare che chiunque poteva essere il nemico. Ci siamo abituati a convivere con la paura, a pensare che quello che hai programmato per il domani, domani non si riesca a fare. Ma sono convinta che prima o poi questa prigione finirà, e che prima o poi anche Giovanni sarà libero di fare il suo lavoro, senza la necessità della scorta».
L'Emilia corre i suoi rischi. Poi l’ammonimento, di chi oggi vede nell’inchiesta Aemilia e nelle altre simili la mafia che mette le radici al Nord. Un nemico sottovalutato da quei politici ed imprenditori che si prestano a fare affari con la mafia; in una Emilia Romagna trasformata da “terra di prelievo” a “terra di creazione” degli affari di mafia.
«L’atteggiamento degli imprenditori che appoggiano la mafia è lo stesso delle persone di Bovalino che negano la presenza della ’ndrangheta in paese. Piuttosto che denunciare il mafioso lo si accoglie».
Ed è questo il messaggio di Mara: «Da soli si è bersagli facili, ma se a suo tempo una comunità come Bovalino avesse tutta voltato le spalle alla malavita avrebbe sicuramente cambiato la realtà. Vale dappertutto, anche qui in Emilia».
Perchè ormai la ’ndrangheta «non è solo quella che parla calabrese», come dimostrano l’inchiesta Aemilia e i relativi processi, quello in corso a Bologna e quello che apre a Reggio il 23 marzo.
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