Foto e scrittura per fermare il ricordo
Ultimi laboratori nella giornata conclusiva del viaggio ad Auschwitz: immagini e autobiografie per realizzare un quaderno
È giunta al termine la dodicesima edizione di “Un treno per Auschwitz”. Ieri sera gli studenti modenesi sono saliti sul treno di ritorno da Cracovia. A bordo, le attività sono continuate con l'ultimo incontro del laboratorio di autobiografia e quello di fotografia.
Melissa Iannace, la fotografa che ha condotto il laboratorio è autodidatta e freelance, vanta importanti collaborazioni nel mondo della fotografia ed è Qualified Italian Photographer. Perché Auschwitz? «Ho colto l'occasione di visitare un luogo che volevo visitare da molto: - risponde Melissa - è senz'altro un banco di prova sul fronte emotivo». «Non ho mai avuto a che fare con un gruppo di giovani - continua - e ho pensato che potesse essere un'esperienza stimolante, e il progetto non ha deluso le mie aspettative». Ha cominciato a Carpi, la fotografa, con un incontro alla ex sinagoga in cui ha spiegato il progetto. Punto di partenza, due frasi di Robert Capa e Susan Sontag: “se la foto non è bella vuol dire che non sei abbastanza vicino” e “le immagini aiutano a ricordare, la realtà a capire”. «La nostra vicinanza - spiega Melissa - è una vicinanza fisica, umana: collocarsi nella scena per immedesimarsi, essere testimoni con lo sguardo». E ha funzionato, mettere a disposizione dei ragazzi strumenti come la silouhette e il controluce, lo sfocato e il mosso. Dopo un primo incontro tecnico durante il viaggio d'andata, il laboratorio è cominciato sul campo, ad Auschwitz. Tra chi padroneggiava già una digitale e chi era alle prime armi, «mi sono stupita dei risultati», ha detto Melissa. Gli oltre 50 studenti hanno giudicato molto positivamente l'attività. «Ho sempre amato e mai approfondito la fotografia: - ha detto Noemi Esposito, del Cattaneo-Deledda - Melissa è stata bravissima e sono riuscita a esprimere tutto ciò che avevo dentro». Al ritorno, i ragazzi incontreranno la fotografa per la scelta delle fotografie, per la postproduzione e costruzione del racconto. Le foto saranno raccolte in un volume a cura della Fondazione Fossoli.
Sulla via del ritorno, gli studenti hanno partecipato anche all'ultimo incontro del laboratorio di autobiografia in compagnia delle docenti della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari: Gianna Niccolai e Anna Maria Pedretti. Ogni incontro un tema, cominciando dal lavoro sul proprio nome, la prima cosa di cui venivano privati i deportati. Un percorso di autoformazione e ricerca, portato avanti con la scrittura di quaderni a cura della Fondazione Fossoli che saranno raccolti e stampati. «È stata un'occasione unica - dice Gianna Niccolai - per confrontarsi con se stessi e col senso di smarrimento che potevano provare i deportati: sapersi immedesimare e scriverne è stato il lavoro svolto». Memoria, ricerca, narrazione, comprensione, ritorno a se stessi forti di un percorso esterno, forte come quello sui campi di concentramento: queste le parole chiave. Anche in questo caso, la partecipazione è stata attiva: il volume coi quaderni sarà presentato nel corso della manifestazione del 10 maggio, organizzata annualmente dalla Fondazione Fossoli come ritorno da questa esperienza.
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