San Felice. «Bianchini, false fatture per le tangenti»
Le prime confessioni del pentito Giglio: «Mi diceva: sai, per prendere i lavori bisogna oliare...»
SAN FELICE. In aula la giornata è interlocutoria, ma c’era da aspettarselo visto quello che avviene in ogni processo, figurarsi in quello che vede alla sbarra 147 persone ed è, a tutti gli effetti, il più importante celebrato al nord contro la ’ndrangheta. Ma nel primo giorno di Aemilia, il tribunale di Reggio subisce il primo scossone dalle indiscrezioni sui verbali di confessione sottoscritti da Giuseppe Giglio, l’unico pentito della cosca emiliana. Oltre 300 pagine verbalizzate dai pm della Direzione Distrettuale Antimafia, Beatrice Ronchi e Marco Mescolini, che tirano in ballo un presunto scambio di voti e lavori con il consigliere di Forza Italia, Pagliani, ma soprattutto parlano della Bianchini Costruzioni. Di Bianchini, che Giglio dice di conoscere da oltre 10 anni, il pentito ha ricostruito incontri e rapporti d’affari con figure apicali del gruppo emiliano, come Michele Bolognino o Alfonso Diletto. Rapporti in cui Giglio interveniva, in quanto «esperto» di fatturazioni.
Per Bianchini, mette a verbale, «era importante una cosa, la sovrafatturazione che lui faceva anche quando l’azienda si trovava di non poter pagare quelle fatture».
Una volta, racconta il pentito «mi sono proprio dimenticato l’impegno che avevo preso con lui e poi ci sono andato il giorno dopo, questo me lo rimproverò perché mi disse: “Guarda Giglio, cioè no... quando tu prendi un impegno su questa cosa devi... perché sai, per prendere i lavori bisogna oliare proprio così mi disse, e se non olio non...».
Il Pm allora domanda se a lui questi soldi servivano per pagare tangenti: «Esatto!», risponde Giglio, «ma come un po’ per tutti, per le aziende».
Un concetto su cui torna dopo, spiegando il meccanismo: «Perché se il lavoro era cento reale, Bianchini magari si è fatto fare centoventi di fatture, centotrenta». Non l’Iva, perché «il Bianchini l'Iva te la lascia. Gli serviva l’imponibile per oliare. Lui chiamava così, cioé bisogna oliare, oliare se no i lavori non arrivano».
«Ma lei sa chi?», domanda il magistrato. «No - risponde Giglio - nomi non me ne ha mai fatti».
I magistrati, tra l’altro, contestano un paio di fatture fasulle fatte proprio dalla Bianchini a Giglio, ma soprattutto il pentito ripercorre i primi contattati tra l’imprenditore sanfeliciano - anche ieri presente in aula - e Michele Bolognino. Tutto nasce da un credito che Alessandro Bianchini non riesce ad incassare da un gruppo composto da un calabrese e alcuni albanesi. Bianchini sr. si rivolge così proprio a Giglio, che gli presenta Bolognino a cui si aggiungono i vari Diletto, Valerio e Blasco. Saranno loro a recuperare anche un’auto. Siamo nel 2011, poco dopo Bolognino entrerà con i suoi operai nella Bianchini Costruzioni per gli affari legati al cimitero di Finale e al post-sisma.
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