Il finalese Federico Battaglioli nell’inferno dell’aeroporto ferito
In Belgio per assistere ad un concerto, per due giorni si è visto cancellare i voli di rientro in Spagna «Avevamo paura di nuovi attentati. Ci ha ospitati una signora». Il padre si era salvato all’Heysel
BRUXELLES. Non era neppure nato, Federico, quando il suo papà Michele si salvava miracolosamente, insieme ad altri quattro finalesi, dalla strage di tifosi juventini all'Heysel. Trent’anni dopo Bruxelles torna prepotente nella vita della famiglia Battaglioli e anche questa volta va ringraziato il cielo. Perché Federico, 27 anni ancora da compiere, che ora vive a Barcellona, martedì era all'aeroporto di Zaventen, colpito al cuore da due terroristi. Doveva imbarcarsi per tornare in Spagna dopo che per due giorni il suo volo era stato cancellato. Alle 8 è iniziato il suo incubo, mentre saliva sulle scale mobili verso il gate di partenza. Era arrivato a Bruxelles venerdì, insieme alla fidanzata: si erano regalati un weekend per assistere all’esibizione di un famoso dj e domenica mattina sarebbero dovuti rientrare. Ma lo sciopero dei controllori di volo in Francia aveva rinviato all’indomani il ritorno e anche lunedì il caos nei cieli belgi li aveva costretti ad un nuovo rinvio dopo una decina di ore di attesa. Era stato offerto loro, oltre all’alloggio in albergo, un biglietto di rimborso con partenza alle 8 del martedì, che però avevano rifiutato, preferendo una nuova prenotazione con decollo alle 10, sempre da Bruxelles.
«Alle 8 in punto - racconta Federico - siamo scesi dal treno nella stazione sotterranea dell’aeroporto e abbiamo iniziato a salire ai piani superiori. Abbiamo avvertito l’onda d’uro dell’esplosione, anche se subito non abbiamo capito. In compenso la gente correva verso di noi, ferita. C’era sangue ovunque, abbiamo imboccato una rampa in salita che ci ha proiettato all’esterno del terminal e ci siamo trovati in mille-duemila persone all’aperto. In quei momenti non sai cosa possa essere accaduto, non sai se c’erano delle bombe o se qualcuno aveva sparato. L’unica mia proeccupazione era allontanarmi da tutta quella folla. Come puoi avere la certezza che qualcuno non volesse continuare nel suo vile gesto? Ci siamo defilati, prima a piccoli passi poi abbiamo scelto di addentrarci nella campagna lì intorno. Non volevo nessuno intorno. Abbiamo visto le persone rifugiarsi negli hotel, ma non li credevo posti sicuri. A quel punto ho suonato alla porta di una signora, ci ha aperto ed ospitato per un paio d’ore, il tempo di capire, di riprenderci e di superare lo choc».
Battaglioli prova a mettere in fila tutti gli eventi. «Senza lo sciopero in Francia domenica saremmo stati salvi a Barcellona, è quello il mio cruccio. Non so se i terroristi sapessero del blocco degli aerei, ma è tutto così strano. Prima hanno colpito all’aeroporto poi mentre la gente si spostava verso il centro ecco l’assalto in metropolitana. Ma non è compito mio fare ipotesi investigative però è un mio diritto poter viaggiare in sicurezza».
Nella convulsa Bruxelles, Federico e la fidanzata cercano prima di tutto di mettersi in contatto con le famiglie, ma è impresa disperata. Papà Michele, la mamma Fabrizia e i parenti cercano di raggiungerlo telefonicamente, ma per ore e ore ripiombano nello stesso terrore del 29 maggio 1985 all’Heysel. Comunicazioni interrotte e l’angoscia di sapere che il 26enne era proprio in aeroporto al momento dell’attentato. Verso mezzogiorno la telefonata risolutiva: Federico è vivo, ma non sa come tornare a Barcellona.
«Ho chiamato l’ambasciata italiana - spiega - mi hanno soltanto detto che potevo forse partire da Charleroi. Mi sono sentito senza un supporto. Intanto ho cercato un volo con un’altra compagnia di Bruxelles, ma tutti i numeri messi a disposizione suonano a vuoto...».
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