San Felice chiede 25 milioni a Bianchini
Le costituzioni di parte civile. Finale ne vuole altri 2,5 ma ora c’è da capire chi incassava le tangenti evocate dal pentito
SAN FELICE. Trenta milioni di euro di risarcimento, di cui venticinque chiesti dall’avvocato Valeria de Biase per il Comune di San Felice e dei suoi cittadini.
È il conto - provvisorio - che la Bassa ha presentato ad Augusto Bianchini, all’apertura del dibattimento del processo Aemilia, mercoledì a Reggio.
Le istanze sono contenute nelle costituzioni di parte civile che il legale ha depositato. Nuove quelle del Comune di San Felice, del Comune di Mirandola, del Comune di Concordia, dell’Unione dei Comuni Area Nord. “Rinnovate” quelle del Comune di Finale e della Provincia, che si erano opportunamente e tempestivamente attivati all’apertura dell’udienza preliminare a Bologna, il 28 ottobre.
La costituzione di parte civile degli enti pubblici rappresenta così un primo punto fermo, anche se le cifre sono ovviamente indicative. Un punto fermo in una tempesta, in una situazione estremamente fluida anche su questo fronte: il pentito Giuseppe Giglio - amico in affari di Bianchini - ha infatti acceso i riflettori sugli appalti pubblici aggiudicati a suo tempo alla ditta dell’imprenditore di San Felice, oggi in amministrazione e tutela giudiziaria. Una rivelazione (per avere gli appalti bisognava “oliare”, gli avrebbe detto Bianchini) con la conseguente necessità per la Direzione distrettuale antimafia di cercare - questa volta - chi siano stati i beneficiari di quelle “oliazioni”, cui il pentito si riferisce. Indagini in divenire, frutto degli interrogatori che Giglio ha reso in carcere a Padova, per alleggerire la sua posizione di imputato nel processo abbreviato di Bologna, dove la Dda ha chiesto per lui 20 anni di reclusione, nonostante lo sconto previsto in questo tipo di processo.
È francamente improbabile che la famiglia Bianchini possa disporre di quella cifra, già colpita com’è da sequestri giudiziari che hanno interessato anche le aziende derivate Dueaenne e Ios, dalla pronuncia di un fallimento poi revocato, dai sequestri disposti dal Giudice durante l’udienza preliminare a beneficio dei Comuni reggiani... Ma il gesto assume un rilevante valore simbolico e di legalità, dopo le imbarazzanti titubanze - e bugie - cui si è assistito in questi mesi.
E, a quanto trapela dal Tribunale, l’istanza dell’avvocato De Biase, incaricata nelle scorse settimane dal Comune di San Felice rappresenta in sè una mossa intrigante. A quantificare la cifra dei 25 milioni non è stata infatti una perizia riassuntiva dei danni, che il Comune non ha mai fatto, ma la stessa ditta Bianchini. Già, il legale ha attinto quella cifra dalla perizia del suo consulente ambientale, la Biofer, che aveva presentato questo conto quando ancora si provava a “tombare” con il cemento la famosa montagna di inerti all’amianto che si trova nella sede della ditta Bianchini, al polo industriale. Quella cifra per uno smaltimento ottimale serviva a giustificare la scelta di cementificare sul posto, creando il famoso “sarcofago”. Ma oggi viene fatta propria dal legale di parte civile, per significare l’entità di un danno peraltro ancora attuale. Perché la montagna di amianto è ancora lì, dopo quattro anni.
Il Comune di Finale, per parte sua - dove le bonifiche sono state fatte - ha chiesto invece 2,5 milioni, nei quali assomma anche i danni di immagine del famoso capo I, l’associazione mafiosa che ha penetrato la Bassa tra tanta superficialità e inconsapevolezza, a voler essere buonisti.
Alberto Setti
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