Aemilia, “messaggio” ai giudici
La parte civile cita come testimone il consulente di Bianchini. Ed Hera smentisce
Lettera di un calabrese»: così riporta in testa il primo foglio dei sette che un misterioso messaggiatore ha lasciato nella notte tra giovedì e venerdì sulla bacheca affissioni davanti all’aula bunker nella quale si celebra a Reggio il processo Aemilia. Uno sproloquio che parte muovendo attacco diretto all'impianto dell'inchiesta Aemilia: «Ci sono 250 cutresi che sono accusati appartenenti alla ’ndrangheta. Su questi ci possono essere dai 20 ai 30 appartenenti alla ’ndrangheta che io stesso chiamo feccia».
Gli altri imputati, minimizza successivamente, non sarebbero invece a conoscenza di quei reati bensì colpevoli di altre bagatelle: «Usura e evasione fiscale - dice - ma allo stesso tempo sono grandissimi lavoratori».
Un distinguo che vorrebbe porre un argine tra i capi del clan e la manovalanza finita nel più grande processo per mafia mai celebrato in Emilia-Romagna, in favore a quanto pare dei cutresi.
Un messaggio al centro degli accertamenti dei carabinieri. È in questo contesto che si trovano anche tanti tra imputati, avvocati e parti civili della Bassa modenese.
E testimoni: dopo avere deciso di chiedere 25 milioni di euro di euro di risarcimento a Bianchini, il legale del Comune di San Felice e degli altri Comuni, avvocato Valeria De Biase, ha citato due testimoni. Uno dei quali è Antonio Vignali, titolare della Bioteco, l’azienda di consulenza ambientale dei Bianchini, la stessa che - ante litteram - aveva concordato nell’auto intercettata di Bianchini con un dirigente di Arpa la proposta di “tombare” la montagna di amianto. Vignali è chiamato a testimoniare su quanto lui stesso aveva sostenuto, ovvero che per rimuovere la famosa montagna occorrevano quasi 25 milioni.
Intanto, dopo le dichiarazioni del pentito Giuseppe Giglio sugli affari della ditta Bianchini, arrivano le prime prese di distanza. Giglio ad esempio aveva parlato di una offerta di lavori da parte di Bianchini alla ’ndrangheta per delle vasche di depurazione nel parmense, che stando sempre alle parole del collaboratore di giustizia, erano state appaltate da Hera.
La multiutility smentisce. Sulle «dichiarazioni di un pentito - si legge in una nota - riguardanti la realizzazione di vasche di compensazione relative ad impianti di depurazione sul territorio parmense, Hera osserva che non è mai stata coinvolta in simili opere in quell’ambito territoriale. Hera, inoltre, intende chiarire che non ci sono mai stati né contratti né rapporti commerciali con la ditta Bianchini».
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