Caser, la maxicoop modenese nata e fallita nel giro di un anno
Caser è la fusione di 14 aziende che hanno prodotto in totale un buco di 29 milioni di euro
SPILAMBERTO. La vicenda di Caser e dei suoi inquilini ha una lunga storia alle spalle. Caser affonda infatti le radici negli anni Settanta, quando nasce Edil Case Popolari, una cooperativa che si prefissa come obiettivo di dare a quante più persone possibilità di entrare in possesso di un’abitazione, attraverso contratti agevolati di vario tipo. Nel corso degli anni, la cooperativa, che avrebbe cambiato nome in C.C. Ca. Se. si allarga sempre di più, fino a contare, negli anni più recenti, più di ottomila soci distribuiti in tutto il territorio emiliano-romagnolo, 230 dei quali abitanti in provincia di Modena.
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A partire dai primi anni Duemila, però, qualcosa comincia a scricchiolare: gli inquilini a proprietà indivisa continuano a pagare il proprio canone oltre i termini previsti, e diversi stabili cominciano a necessitare di lavori di manutenzione. Nonostante i pagamenti regolari degli inquilini, però, la cooperativa non copre i costi dei lavori, anche strutturali, che spesso non vengono realizzati o vengono attuati a spese dei singoli soci; negli ultimi anni, inoltre, anche alcuni soci a proprietà divisa fanno fatica ad andare a rogito.
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La gravità della situazione, però, diviene nota solo a gennaio 2015, quando la cooperativa fa domanda di concordato preventivo, palesando la propria situazione debitoria. C.C. Ca. Se., infatti, aveva investito il denaro incamerato negli ultimi anni nella costruzione di nuovi alloggi; questi, però, a causa della crisi dell’edilizia, sono rimasti invenduti, lasciando la cooperativa con un buco di sette milioni di euro nel bilancio 2014. Per far fronte a questa situazione, nello stesso anno C.C. Ca. Se. si fonde con altre tredici cooperative del settore che si trovano in una situazione analoga; nasce così la maxicooperativa Caser. L’operazione, però, non porta i frutti sperati, anzi: a luglio 2015, il buco diventa di 29 milioni di euro, e a novembre viene attivata una procedura di liquidazione coatta amministrativa.
«Un tipo di fallimento che, di fatto, tutela gli amministratori», commentano i soci, che, al contrario non si sentono tutelati, soprattutto quelli a proprietà indivisa: «Non conosciamo il nostro avvenire, possiamo anche perdere le case, siamo nel buio più assoluto. Non vengono fatte assemblee dei soci, non ci sono comunicazioni dai vertici, non viene detto nulla». Per avere maggiori sicurezze, gli inquilini a proprietà indivisa chiedono di passare alla proprietà divisa, che darebbe loro la possibilità di andare a rogito e divenire proprietari. Diritto che, però, finora non è stato applicato.
Inoltre, gli inquilini vogliono «che le istituzioni, come i Comuni e la Regione, prendano una posizione chiara in merito alla vicenda». (e.v.)
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