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Vescovo in missione per portare sollievo all’inferno del mondo

La delegazione consegna 100mila euro di aiuti del Papa «Un popolo di cristiani in fuga dalla barbarie dell’Isis»

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Cristina tiene sempre in mano le foto della figlia di 3 anni, rapita dall'Isis nell'agosto del 2014.

Behnam, cristiano iracheno di 63 anni, invece è tornato dall’inferno, dopo che è stato costretto a vivere per dieci giorni sotto il regime di terrore per non abbandonare il padre invalido. Olga, come la chiamano gli occidentali, tiene sua figlia la tiene in braccio, ancora oggi, tra i 120mila profughi di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Ma per salvarla ha perso suo marito, che si è offerto ai carnefici purchè lasciassero andare la sua famiglia. E loro, i carnefici, hanno prima voluto perquisire la bambina, che poi anche sbattuto contro un muro, come uno straccio. È viva, ma soffre di gravi problemi cerebrali.

È in questo diluvio drammatico di racconti e di lacrime che si è ritrovato il vescovo di Carpi, monsignor Francesco Cavina, per una missione speciale di quattro giorni ai confini della realtà, ovvero tra i profughi sfuggiti alle persecuzioni di Mosul e dell’Isis. Un popolo intero di siro-cattolici, cattolici curdi di rito latino, cattolici di rito caldeo. L’unica loro colpa: essere di fede cristiana.

«Tanto bastava perchè entro un’ora dovessero lasciare le loro case», racconta monsignor Cavina, facendo sintesi di tanto dolore.

Della spedizione facevano parte anche il collaboratore della diocesi di Carpi Ennio Apicella, residente a Soliera, il vescovo di San Remo e Ventimiglia Antonio Suetta, con con Don Massimo parroco in Bologna, Alessandro Monteduro direttore dell’associazione “Aiuto alla chiesa che soffre”, Giovanni e Gabriele, giornalista e Fotoreporter. Molti dall’inferno non sono mai arrivati ad Erbil, detta anche Arbil: «La gente - racconta Apicella - riferisce di esecuzioni sommarie, brutali, ad Erbil c’è tanta dignità, ma del domani non si parla...».

I carpigiani raccontano di un quotidiano fatto di baraccopoli, di edifici fatiscenti recuperati in qualche modo, dove i 120mila sono divisi in spazi minimali: stanze di dodici metri quadrati con 6 persone ospiti, o 19 bimbi a far lezione... di qualcosa. Le mamme cercano di impegnare il tempo, i ragazzini si inventano qualcosa, provano anche un po’ di musica.

Cavina è tra i primi vescovi a raggiungere quei luoghi. Era partito la scorsa settimana dopo una telefonata dal Vaticano: «La mia visita nei campi profughi voleva essere un inizio di aiuto e sono molto felice che il Papa abbia espresso la sua approvazione e vicinanza per questa testimonianza di solidarietà che porteremo a Ebril».

Già, perchè Cavina nella borsa aveva 100mila euro donati direttamente dal Papa, consegnati a lui per essere destinati all’assistenza delle popolazioni sfollate. Da Roma è arrivato anche un baule di paramenti sacri da consegnare, ai sacerdoti e alle suore domenicane che operano in quei luoghi, assieme alle onlus non governative di tutto il mondo. Con la missione dell’amore e della carità che rendono il messaggio cristiano così unico e così perseguitato.

Alberto Setti

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