Io e lei, la felicità al contrario
L’amore “bambino”. E dopo quarant’anni un incontro riaccende la passione
La grande difficoltà per chi scrive è riscrivere di se stessi.Mi ero già raccontato di ciò che voglio raccontare in queste righe. Poi di recente, una sera qualcuno mi disse: «Fallo. Scrivi di noi. Fallo pubblicamente. Sarebbe per me il regalo più bello».
Si, va bene. Prendo il capitolo che racconta di Verona. Può andare? «No Giacomo, voglio che scrivi qualcosa di nuovo. Di noi».
Si deve sapere che sto scrivendo un libro. Un libro che racconta di me, di lei, di ciò che a volte accade nella vita nell'esatto momento in cui non ti aspetti nulla. Nessuna novità. Nessun cambiamento. Tutto dritto. Tutto uguale. Tutto come al solito nell'esatto tempo di mezzo di una vita. E invece in uno schiocco di dita, in un passaggio sequenza nelle ore di un giorno qualunque, tutto si trasforma. La vita la prendi e la leggi al contrario e ti accorgi che non ci assomiglia per nulla alla prima. A sé stessa. Una vita al contrario, potrebbe essere il titolo di questo breve racconto. Perché se la rigiro ripartendo dall'inizio ci sono io, uno scricciolo di uomo, dieci anni sulle spalle, magrissimo, occhi malinconici, ci sono dei prati stracolmi di fiori e di farfalle, più farfalle che fiori, c'è un sole che tramonta dopocena, c'è una casa vacanza in collina a chilometri e chilometri dalla città, c'è sempre la stessa casa incassata nella pendice su più piani tanto che l'ultimo si affaccia sulla strada alta e il piano terra si trova molto più giù, raggiungibile da una lunga scala esterna. Ci sono giochi instancabili dalla mattina a sera in attesa che mamma e papà ritornino. Poi c'è lei, una trottola di sei anni, piccoletta con due trecce lunghe e un viso coi fiocchi e le stelline e una scia di felicità che scodinzola nell'aria come lustrini in sospensione quando passa. Poi c'è un cuore che batte in modo strano. Il mio.
Eravamo amici per la pelle io e lei. Stavamo sempre insieme. Inseparabili. Lei al piano superiore sulla strada, io in quello di sotto. Amici per la pelle, talmente per la pelle che avevamo deciso di essere anche fidanzati. Come ci si fidanza a quell'età resta un mistero. Io non ricordo come avvenne, se lei mi diede un bacio per poi dirmi che ero il suo fidanzato o se ci accordammo con una sincera stretta di mano. Avevo spesso la testa nelle nuvole, infilato in un mondo parallelo fatato, sempre in sospensione su tutto ciò che mi stava attorno. Per cui non ricordo come avvenne. Il patto di legame credo che lo decise lei. Era talmente bella che era impossibile opporsi. So di certo che se per lei io ero il suo fidanzato, anche lei era la mia fidanzata. Fu così per due estati, poi lei non venne più in vacanza nella casa in collina a chilometri e chilometri dalla città. Le estati le avrebbe passate per sempre altrove. Non la vidi più. Per me fu il primo grande dolore. E il primo grande dolore non si scorda mai.
Come in un flashback, il regista fa un salto di anni nel futuro. Si mangia anni ed anni, tralascia estati, capodanni, amarezze, piccole isole di felicità, cammini, arrivi, partenze, incontri, matrimoni, figli e passaggi ciclostilati in cui tutti si possono rivedere. Anni. Quarant'anni sino ad un pomeriggio di inizio primavera, in un luogo di città lontano chilometri e chilometri dalla casa vacanza in collina.
Il luogo è un cinema deserto perché sono da poco passate le diciotto. Infatti c'è un vecchietto che si aggira incerto, due adolescenti che leggono un opuscolo pubblicitario, una cassiera assonnata. Poi io che aspetto. Nessun altro. Lei è in ritardo. Ci siamo dati appuntamento lì, dopo che casualmente con i potenti mezzi dei Social Network lei mi ha contattato e ritrovato qualche giorno prima. Sono emozionato. Sono curioso di rivederla. Tra le mani tengo una foto ingiallita che mi ritrae davanti ad una torta con dieci candeline. Voglio che d'ora in poi sia lei a conservarla. Sono in fondo anche determinato a fare pace con il primo grande dolore che incassato nella memoria, come la casa vacanza nella pendice, è ancora lì che aspetta da quarant'anni di avere il suo momento. Non sono mai stato capace di avere la percezione di anticipare il momento, l'attimo, sono sempre arrivato dopo. Sarebbe bello e forse utile anche solo per un attimo appunto, anticipare l'attimo decisivo, sapendolo tale, per attraversarne con lucidità e acutezza la magia che porta in serbo, vincere il tempo un attimo prima per essere pronti nel momento decisivo. Così facendo districare il nodo del mistero, dell'inafferrabile, dell'imponderabile per decidere cosa farne e mettersi ai posti di comando del proprio destino.
Non è mai così. Neppure quella volta fu così. Non lo sapevo, ma quei minuti avrebbero cambiato faccia, direzione, movimento alla mia vita, mutando l'inerzia in accelerazione. Il regista ora, macchina a spalla, riprende una piccola figura di donna, capelli scuri, aprire con forza la grande e pesante porta a vetri del cinema. Si sposta di lato arretrando per avere un campo visivo più ampio. Si gira lentamente su un primo piano di lui che accenna un sorriso e due occhi smagliati di meraviglia. Sempre macchina in spalla ora centra nell'inquadratura entrambi che si baciano sulla guancia in un saluto ripreso, per dire riacciuffato, da molto lontano. In un piano sequenza ora è lei in primo piano che dice qualcosa mettendosi poi una mano sulla bocca per mascherare la sorpresa. «Ma sei uguale. Sei proprio tu!». Probabilmente dice questo. Una ripresa che si stacca dal particolare sino ad un'ampia panoramica, li pone al centro mentre di schiena salgono la scala mobile guardandosi negli occhi. Fuori campo non c'è più nessuno. Sembra che ci sia da subito una nuova formula chimica fra loro, una sintonia che spacca l'aria. Si percepisce dal passo di lei, dalla delicatezza di lui, da come si guardano, da come si sorridono di profilo.
Ecco questo è l'attimo che mi ha fregato. Al piano di sopra ero già innamorato. Ed era troppo tardi. La vita, i suoi attimi. Giornate sempre uguali. Nessuna novità. Nessun cambiamento. Tutto dritto. Tutto uguale. Tutto come al solito. Poi in uno schiocco di dita, in un passaggio sequenza nelle ore di un giorno qualunque, tutto si trasforma. La vita la prendi e la leggi al contrario e ti accorgi che non ci assomiglia per nulla alla prima. A sé stessa. La vita, i suoi attimi. Il punto preciso dove si passa da qualcosa e non si torna più indietro. Forse è proprio così, l'attimo è fatto così. Basta riconoscerlo. È passato un anno. Oggi lei è passata in ufficio. Io ho passato i minuti a guardare il suo viso coi fiocchi e le stelline e una scia di felicità che scodinzola nell'aria come lustrini in sospensione quando passa. Il tempo è passato troppo velocemente. Ma sono felice perché lei è nella mia vita. Se la vita fosse un disegno, la farei assomigliante ad un cerchio. Perché la vita è molto cocciuta a volte. Fa dei giri strani e lontanissimi per poi ritornare in un preciso punto. Le piace ricredersi, le piace tornare per riprendere in mano una storia rimasta appesa a penzolare. Le piace essere regista di storie a forma di cerchio. Perfette, indimenticabili. Come quei due bambini innamorati che salgono una scala mobile che gira su stessa interminabilmente.
Giacomo
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