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Da Modena all’Olanda, una ricercatrice da... Nobel

di Martina Stocco
Da Modena all’Olanda, una ricercatrice da... Nobel

La storia di Maria Cristina Malagoli, laureata in Fisica, che oggi segue le scoperte del professor Grunberg: «Qui servono più fondi, l’immigrazione è una ricchezza»

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«L'immigrazione è una ricchezza, non un fatto negativo». A parlare è Maria Cristina Malagoli, ricercatrice originaria di Montale, laureata in Fisica. La quarantenne, sposata con due figli, ha svolto diverse esperienze di studio e lavoro in giro per il mondo. Tredici anni fa si è stabilita in Olanda. Di recente, ha fondato, insieme ad altre giovani donne modenesi, l'associazione culturale “Deade”. Il primo appuntamento pubblico dell'associazione è stato ieri sera, nella cornice del Palazzo dei Musei. Noi l'abbiamo intervistata.

Un “cervello in fuga”?

«Non mi piace definirmi così - risponde Malagoli - inoltre, non sono mai dovuta fuggire dall'Italia. Ma il fenomeno esiste, soprattutto tra i laureati in Fisica. Ho sempre viaggiato per curiosità. Viaggiare per me significa crescita personale, aprire gli orizzonti». Subito dopo la laurea, la ricercatrice ha preso l'aereo e ha iniziato a viaggiare.

Qual è stata la prima meta?

«Ho svolto un dottorato in un centro di ricerca a Jülich, in Germania».

Per studiare?

«Le proprietà magnetiche dei film sottili. Si trovano in tutti gli hard disk. Dell’argomento si era occupato il professor Grünberg, premio Nobel per la Fisica. Io, insieme ad altri studenti, abbiamo proseguito i suoi studi».

Come è finita a lavorare in Olanda?

«Dopo il dottorato sono rientrata in Italia. Avevo fatto richiesta per l'insegnamento, Fisica alle superiori».

Poi?

«Avevano accettato la mia richiesta, avevo la cattedra. Nel frattempo mi sono sposata e il giorno dopo il matrimonio mi è arrivata una lettera dall'Ufficio Brevetti dell'Aja, in Olanda. Avrei potuto lavorare all'estero. Era un sogno che si realizzava».

Cos'ha fatto?

«Sono partita, ho avuto solo il tempo per andare in viaggio di nozze».

Suo marito l’ ha seguita?

«Si. Ha lavorato per cinque anni all'Università di Amsterdam come ricercatore. La sua passione era il design grafico e ha aperto un'azienda specializzata in questo settore».

Quali sono le occasioni per tornare a “casa”?

«Torniamo per le vacanze e per motivi familiari. Ora si aggiunge un'altra motivazione: l'associazione Deade».

Di cosa si occupa?

«Io, insieme ad altre ragazze di Modena, abbiamo fondato l'associazione per trasmettere valori comuni. Valori che si esprimono già attraverso il nome: Deade, che deriva dal dialetto congolese significa “fatta ad arte”, “fatto insieme”».

Quali valori?

«La collaborazione, il prendersi cura di ciò che si fa e degli altri, la solidarietà e la bellezza. Vogliamo essere il cambiamento. L'argomento di quest'anno sono appunto le donne in viaggio. L'anno prossimo la parità di genere, non raggiunta in tanti settori».

Da immigrata, ritiene possibile l'integrazione tra culture differenti?

«Assolutamente: l'immigrazione è una ricchezza. Io sono partita per curiosità, non per necessità. I miei figli frequentano una scuola internazionale. Voglio che crescano con il concetto di integrazione. In Olanda l'immigrazione è la regola, non l'eccezione. Andare a vivere all'estero non sarebbe un problema se anche gli stranieri venissero da noi».

Eppure tanti giovani italiani sono costretti a fuggire all'estero. Come mai?

«In Italia non s’investe nella ricerca. C'è troppa burocrazia e senza conoscenze è difficile per molti trovare un posto di lavoro. La soluzione sarebbe semplificare e fare contratti di lavoro stabili, con stipendi dignitosi. Noi siamo considerati la California degli Stati Uniti. Gli stranieri muoiono dalla voglia di venire in Italia».

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