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Il modenese Burani, vestire casual tra antica sartorialità e materie tecnologiche

di Maria Vittoria Melchioni
Il modenese Burani, vestire casual tra antica sartorialità e materie tecnologiche

Dalla laurea in Medicina alle passerelle lo stilista carpigiano illustra il suo stile energico, gioioso, fatto di alta artigianalità

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MODENA. Gli isterismi, che spesso accompagnano le giornate delle settimane della moda, sono sintetizzati alla perfezione nella locuzione che sentiamo urlare dai “pierre”: “Signori, calma! Non stiamo operando nessuno a cuore aperto!”. Ebbene, Cristiano Burani, forte della sua laurea in Medicina conseguita nel nostro ateneo, potrebbe benissimo infilarsi camice, guanti e mascherina e salvare qualche vita, se non avesse deciso a 25 anni di lasciare il pronto soccorso per le passerelle. «Il mio percorso è atipico - spiega lo stilista - sono un self-made man, ho fatto tanta gavetta iniziando con una grande opportunità: far parte del team creativo di “Maska”, seguita da un’altra grande chance: lavorare per quindici anni con Anna Molinari, in un periodo in cui la moda era ancora un sogno e considerata tale anche dal cliente».

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Ora la scenario è tristemente cambiato per varie ragioni: la crisi, la fast fashion delle catene low cost, per noi emiliani il terremoto. «Sono stati giorni tremendi - racconta Burani - ma anche molto adrenalinici perché, nonostante il nostro laboratorio di Fossoli avesse subito ingenti danni e molti miei collaboratori vivessero in macchina, siamo riusciti a far uscire la collezione in tempo e a consegnare l’autunno-inverno entro la scadenza del 31 luglio. Sono andato io personalmente a Fossoli, ad estratte da sotto i calcinacci le pezze di tessuto già stese in sala taglio. Non ci siamo lamentati, tutti hanno avuto una grandissima dignità, e con tutti intendo tutto il distretto moda carpigiano, peccato che nessuno abbia mai riconosciuto il valore di ciò che è stato fatto».

La sua moda è sinonimo di ottimismo. Questo ottimismo è realmente tangibile?

«Come creativi siamo figure un po’ schizofreniche, combattuti tra il sogno e la realtà con le “riba” da saldare, gli stipendi da pagare... Questo dualismo mi costringe ad essere ottimista perché se mollo io, cosa devono fare i miei dipendenti? In azienda siamo 7 ma ho un indotto di oltre 500 persone, tutto Made in Italy. I miei capi hanno strutture complicate che non possono che essere concretizzate da mani esperte come quelle delle nostre sartine. Ho presentato un jersey plissettato con una maglia fatta a mano da una ragazza di Carpi che sferruzzava tutta notte perché il suo lavoro consiste in tutt’altro. La plissettatura è fatta tutta a Concordia. Bisogna difendere ciò che c’è dietro al mondo patinato della moda: le sartine con le mani d’oro che cuciono nel garage dietro casa Gucci, Tom Ford, Alberta Ferretti, abiti di pura poesia. Bisogna re-imparare a provare quell’emozione di rivoltare un capo e vedere com’è cucito».

La sua collezione primavera-estate è una vera e propria dose di energia.

«Ho usato colori vitaminici per un vestire informale. Sono partito da materiali tecnologici (maglieria crochet in filato di poliuretano, jacquard in seta lavorato a fil coupé, il cotone stuoia con dettagli in pelliccia) che hanno subito trattamenti manuali, in bilico tra passato e futuro, sartorialità e sperimentazione. Maxi tasche, dettagli a righe e volumi “over” su linee essenziali e pulite con dettagli sfrangiati a mano sono particolari che rendono unici i capi».

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