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Lavoro precario a Modena: «Due ore con i voucher, il resto in nero»

di Andrea Perini
Lavoro precario a Modena: «Due ore con i voucher, il resto in nero»

La testimonianza di uno chef 43enne che in tre anni ha cambiato quattro cucine prima di trovare un vero contratto

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MODENA. Daniele ogni mattina sceglieva i prodotti freschi per il ristorante dove lavorava. Andava dall’ortofrutta, dal macellaio. Era il 2013 e tutte le commissioni dovevano essere svolte prima delle 10 in modo da essere tutto pronto per il pranzo. Lui, chef quarantatreenne, stando ai voucher che il suo datore di lavoro aveva comunicato all’Inps, avrebbe dovuto concludere il servizio alle 11, in pratica senza preparare un piatto.

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Invece dalla cucina usciva solo nel tardo pomeriggio. Durante i week-end: a notte inoltrata. Il titolare del ristorante copriva il lavoro nero del proprio chef utilizzando i voucher: due ore erano pagate con i buoni del lavoro, il resto era tutto “sottobanco”. Questo fino al momento in cui Daniele (nome di fantasia) ha deciso di non aspettare più il contratto promesso e denunciare tutto all’ispettorato del lavoro grazie all’aiuto dei sindacati. Da allora in tre anni ha cambiato quattro locali in cui gli è sempre stato proposto il pagamento tramite buoni del lavoro. Questo, fino allo scorso mese quando un ristorante del suo paese lo ha assunto stilando un vero e proprio contratto.

«La mia prima esperienza con i voucher l’ho avuta tre anni fa. Stavo cercando lavoro e, caldeggiato da un amico- racconta Daniele - mi presentai in questo locale della provincia di Modena. Il titolare mi chiese di venirci incontro per l’assunzione. Io accettai di essere pagato con i voucher per un breve periodo attendendo il contratto vero e proprio che mi era stato promesso». Un pezzo di carta che Daniele non vedrà mai. «Mi disse: “Io ti faccio i voucher per due ore te però stai qui il tempo che devi”. Mi chiese addirittura di pagarmi le tasse da solo: cioè avrei dovuto restituire i 2,50 euro che avrebbe dovuto pagarmi. Rispedii la proposta al mittente». Non solo: ero lo stesso Daniele che, con delega del titolare, andava dal tabaccaio richiedeva i voucher, li comunicava per via telematica all’Inps e a fine mese li riscuoteva. «Questa situazione è continuata per un anno e mezzo. Poi quando mi sono ammalato ho chiesto con forza di avere quello che mi era stato promesso: un contratto. Con i voucher non avevo nessuna copertura e in più ero costretto ad andare a lavorare nonostante stessi molto male, violando per altro una infinità di norme. Appena il titolare ha capito che avrei dato battaglia mi disse: “Fai una cosa, stai direttamente a casa” e mi licenziò così».

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Per cui Daniele ha denunciato tutto ai sindacati «riuscendo a riottenere un quarto dei compensi che mi sarebbero spettati». Ma le disavventure con i buoni lavoro non erano terminate qui: «Negli scorsi due anni ho cambiato tre posti di lavoro: tutti mi volevano pagare con buoni lavoro. Dopo avergli dato fiducia mi sono defilato da tutti tre i locali visto che non ho mai visto un solo voucher».

Nati come strumento per regolarizzare posizioni di lavoro borderline i voucher si sono trasformati ben presto nella classica “foglia di fico” per coprire il lavoro in nero. «Nel campo della ristorazione giovani camerieri, aiuto cuochi e lavapiatti sono legati ai voucher e sono costretti a stare alle condizioni che dettano i datori di lavoro perché altrimenti rimangono a casa. I buoni lavoro sono una presa in giro, un suicidio. Ti senti come quegli italiani emigrati nel dopoguerra che venivano sfruttati all’estero: senza diritti e pagati una miseria. L’unica differenza, non da poco, è che è il tuo Paese che ti sta sfruttando».

Daniele ha una famiglia: una moglie e una bambina di dieci anni. Solo per questo dopo l’esperienza con i voucher non ha lasciato l’Italia: «Sarei tornato volentieri in Spagna. Lì, pur essendo straniero tutti ti fanno un contratto, anche stagionale».La storia di Daniele ha un lieto fine: «In pochi mesi mi hanno offerto due lavori entrambi con contratto in regola. Il primo era per un locale gestito da un ragazzo di 28 anni, l’altro, quello che ho poi accettato, da una ragazza straniera. Per assurdo sono più i giovani e gli stranieri ha proporti un contratto che le persone della mia generazione che invece di trovare scappatoie dovrebbero dare il buon esempio».

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