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Riforma del Senato, Modena perderà almeno due poltrone

Riforma del Senato, Modena perderà almeno due poltrone

Il problema sui nomi sarà soprattutto interno al Pd: dal 2018 solamente sei posti per l’Emilia Romagna, contro i 23 attuali

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Quanti senatori avrà Modena con la nuova Riforma Costituzionale? Difficilmente più di uno, anzi impossibile. È l’effetto della nuova legge che riformulerà il Senato in soli cento componenti che non percepiranno indennità: all’Emilia Romagna saranno attribuiti sei posti da senatore, cinque scelti tra i consiglieri regionali mentre il sesto sarà un sindaco. E per arrivare alla sintesi di questi sei nomi si dovranno decidere i criteri: per il capoluogo potrebbe valere la regola del sindaco capoluogo di regione, per i cinque consiglieri, invece, servirà una legge successiva all’eventuale ultime e definitiva approvazione della nuova Costituzione con il referendum di ottobre.

Presto, quindi, per fare calcoli, ma certamente cambieranno non poco gli equilibri. E se oggi, nonostante la presidenza Bonaccini, i rapporti politici tra Modena e Bologna non sono idilliaci, figuriamoci dopo, quando la nostra provincia dovrà per forza sottostare a giochi di potere ben più ampi tra Roma e Bologna. Un esempio? Complessivamente in Emilia Romagna alle ultime elezioni sono stati eletti 23 senatori: nel nuovo Senato, rappresentanza dei territori, per la nostra regione ci saranno appunto sei nomi. Oggi sono senatori Maria Cecilia Guerra, Stefano Vaccari e Carlo Giovanardi. Nel 2018, salvo elezioni anticipate non se ne parlerà prima di quella data, il nome sarà uno solo e tra gli attuali consiglieri di viale Aldo Moro. Ma prima di fare questi conti, Renzi avrà il suo bel da fare. Il Presidente del Consiglio si prepara a schierare un capillare fronte del sì, con un comitato nazionale guidato da «personalità e studiosi» e comitati dal basso, nei territori, sui luoghi di lavoro, nei luoghi di cultura. Ma anche il fronte del no è già in moto, tant'è che le opposizioni riunite in un’inedita alleanza tra M5s, FI, Lega e Si, hanno inviato alle presidenze delle Camere una sollecitazione ad attivare le procedure per chiedere la consultazione. La minoranza interna al Pd però non intende mollare sulle richieste avanzate subito dopo il voto della Camera: una legge elettorale per il futuro Senato che garantisca l'elezione diretta dei senatori-consiglieri regionali e una revisione dell'Italicum. A quest'ultima Renzi ha già detto di no. Ma dopo il referendum sulle trivelle la sinistra Dem è pronta a insistere. (d.b.)

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