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Spinella: «Dalla Calabria al nord incantato dal fascino di Modena, la “rossa”»

di Arianna De Micheli
Spinella: «Dalla Calabria al nord incantato dal fascino di Modena, la “rossa”»

Il responsabile dell'associazione Amici del Cuore si racconta in una lunga intervista che lo riporta ai primi anni ‘90 quando iniziò il suo impegno per combattere senza tregua contro le patologie cardiovascolari.

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MODENA. «Non volevo che altri patissero la mia stessa sofferenza». L'associazione Amici del Cuore dai primi anni ‘90 combatte senza tregua contro le patologie cardiovascolari. Nasce dal vissuto di un uomo: Gianni Spinella. Presidente di Conacuore, coordinamento nazionale che, forte di 133 onlus, nella prevenzione in età scolare ha individuato la missione prioritaria, il nostro ospite è un talentuoso narratore. Sempre però in secondo piano. La luce della ribalta è infatti riservata alla causa, al “partito” delle ragioni del cuore. Spinella, che alla causa in questione ha votato ogni singolo giorno dei suoi ultimi venticinque anni, lavora dietro le quinte senza cedere alla stanchezza. Provato nel fisico, mostra una tenacia quasi commovente. All’occasione, e cioè quando l’intento è promuovere la cultura della salute, il suo eloquio, già sciolto e accurato, diventa inarrestabile. Eppure Gianni racconta di sé con malinconico pudore. Modena lo ama come un figlio. Lui, che nell'autunno del 2010 ha dato l’abbrivio all'inchiesta “camici sporchi”, viene dalle lontane sponde ioniche. «Sono nato nel 1937 a Bova Marina in provincia di Reggio Calabria».

Un locus amoenus di notevole bellezza che, grazie al suo splendido litorale, nel 2015 si è guadagnato la Bandiera Verde, riconoscimento europeo targato Fee (Foundation for Environmental Education). Che cosa l'ha spinta a emigrare altrove?

«Mi annoiavo. Dopo aver insegnato filosofia e storia a Paola, comune a poco più di trenta chilometri da Cosenza, ottenni una cattedra in geografia generale politica ed economica. Inoltre, nonostante fossi ancora molto giovane, ero docente abilitato ad insegnare ai miei stessi colleghi. Ma desideravo esplorare nuovi orizzonti».

Perché ha scelto Modena come patria d'adozione?

«Optai per Modena perché volevo vivere nella città più rossa d'Italia. Quando arrivai, ne rimasi incantato. Vede… anzi… ti dispiace se ci diamo del tu? Vedi questa foto? Il giovane con gli occhiali scuri… sì, sono io. E l'uomo in primo piano, lo riconosci? È Pietro Ingrao, il mio maestro di vita, persona di una dirittura morale incredibile. Di uomini così se ne è perso lo stampo. È merito suo se ho imparato tenere testa ad un comizio. Ricordo che scriveva i suoi discorsi su un numero spropositato di fogliettini e… suvvia, passiamo oltre. Non è il momento di parlare di politica».

Bene, allora parliamo di lei… cioè di te. Della tua famiglia. Dei tuoi figli di cui credo tu sia molto orgoglioso.

«È vero, ho quattro figli che da sempre sono per me fonte di orgoglio. Ottimi studenti, mai un problema. Eppure non li ho costretti a sudare sui libri. Ho però insegnato loro che andare a scuola è un privilegio. Oggi Carmelo ha un ambulatorio veterinario, Ottavio, che vive in Calabria, è un poliziotto esperto in balistica con passione per l'archeologia, Igor ha fondato una start-up elettronica e Annalisa è medico».

Anche tu vieni da una famiglia numerosa?

«Eravamo cinque fratelli, ora siamo rimasti in tre. Se ne sono andati i più giovani. Ottavio, nome che poi ho dato a mio figlio, è morto a soli 19 anni in un incidente stradale. Nonostante di acqua sotto i ponti ne sia passata tanta, la sua assenza è ancora una ferita aperta: credo infatti di non averla mai superata. Con altri quattro amici, tra cui due ragazzi che allora erano miei allievi, aveva noleggiato una macchina senza rendersi conto che i freni funzionavano poco e male. Persero la vita tutti e cinque. Dovevano disputare una partita di calcio ma i compagni di squadra li attesero invano. Io reagii chiudendomi in uno “studio matto e disperatissimo”, per dirla alla Leopardi. Le esperienze dolorose lasciano sempre un segno indelebile. E incidono anche sulla salute di ognuno di noi».

Nel tuo caso è stato il cuore a tradirti. Quando è stato?

«Il primo episodio risale alla primavera del 1990. Un infarto. All'inizio ti sconvolge la vita e non puoi fare a meno di chiederti: “È successo davvero a me?”. Una sensazione orrida, mi sentivo quasi sporco. Volevo uscire, stare all'aria aperta… sai, io sono un raccoglitore di erbe, lumache e funghi. Un anno più tardi venni operato all’Hesperia dal dottor Roberto Parravicini, cardiochirurgo di grande umanità che stimo e per cui provo profondo affetto. Insieme abbiamo fondato gli Amici Del Cuore, associazione senza fini di lucro che nella lotta ai fattori di rischio individua una priorità. Quando vivi un’esperienza simile alla mia, o ti nascondi dietro ad un mazzo di carte da briscola - impensabile per chi, al pari del sottoscritto, è incapace di stare fermo - oppure ti impegni affinché un tale orrore non capiti al prossimo. Anche il dolore può diventare strumento di conoscenza».

Prevenire è meglio che curare. Una frase che masticano in molti ma che in pochi prendono sul serio. È così?

«Un'espressione felice ma, alla luce dei fatti, poco fortunata. “Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in difetto né in eccesso, avremmo trovato la strada per la salute”. Lo scriveva Ippocrate di Kos già nel IV secolo avanti Cristo. Un pensiero che, per quanto non necessiti di alcun commento, deve tradursi in un'attenta riflessione. Riflessione subito seguita da un’azione repentina. In Italia il 10% della popolazione è obeso, il 40% è in sovrappeso. E, a detta dell'Oms, nel giro di quindici anni la tendenza all’obesità sarà raddoppiata. La prima medicina da somministrare? La “ricetta” di Ippocrate: alimentazione sana e adeguato movimento. Inoltre occorre eliminare il fumo, gli alcolici e quello stesso stress eccessivo che tiene in ostaggio la maggior parte delle persone. Ma che in realtà può, e deve, essere evitato. Ritengo sia indispensabile promuovere la cultura della prevenzione nelle scuole di ogni ordine e grado. In tal senso Conacuore è in prima linea. Dal 2003 ad oggi abbiamo formato 14mila500 studenti. Soprattutto alunni delle scuole secondarie di secondo grado>.

In ambito cardiologico la nostra città ha toccato vette virtuose. Ma nel 2010 tu hai scoperchiato un vaso di Pandora satollo di nefandezze. E la “mala sanità” nostrana è finita in prima pagina. Mi riferisco all'inchiesta “camici sporchi” che ha coinvolto nomi eccellenti.

«Affrontare l'argomento in questa sede sarebbe inopportuno. Posso solo dire che, quando nell'ottobre 2010 venni ricoverato al Policlinico per un ulteriore intervento al cuore, qualcosa andò molto storto. E io sono una persona che si chiede sempre perché. Devo capire. Come è successo con la lumaca e le ortiche>.

La lumaca e le ortiche? È forse una favola di Esopo che non conosco?

«No, è una favola di Gianni Spinella. Mi sono spesso chiesto perché le lumache stazionassero sulle ortiche del tutto disinvolte. Insomma… senza pungersi. Un giorno decisi di verificare. Mi urticai un dito e subito ci passai sopra una lumaca. In men che non si dica il mio dito era guarito. Ho così scoperto che la bava di lumaca è lenitiva e cicatrizzante».

Dai camici sporchi alle lumache terapeutiche. Molto abile a cambiare discorso…

«Amo stare all'aria aperta, te l'ho detto, vivere nella natura. E credo che l'ambiente meriti maggiore rispetto e impegno da parte nostra. Motivo per cui alla fine degli anni Ottanta sono stato tra i fondatori del Centro Studi Chico Mendes. Centro il cui scopo era appunto occuparsi di ambiente, economia e politica in modo serio e puntuale. Per ottenere i fondi necessari al nostro progetto vendevo gli atlanti geografici della Zanichelli. Ricordo che, tra le altre cose, riuscimmo a restituire a numerosi parchi che allora versavano in condizioni poco felici la loro identità. Ancora oggi ne vado molto fiero».

Raccontaci qualcosa di più di Chico Mendes. Chi era?

«Mendes era un seringueiro, un raccoglitore di caucciù dell'Acre, stato brasiliano che a nord confina con l'Amazzonia. A partire dal 1970 divenne l’uomo simbolo della lotta contro il disboscamento della foresta amazzonica. Privo di qualsivoglia formazione scolastica, dunque autodidatta, in nome di uno sfruttamento sostenibile delle risorse naturali Chico si batteva contro i grandi allevatori e proprietari terrieri che puntavano trasformare la foresta, unica fonte di reddito per i nativi, in un enorme pascolo. Venne assassinato nel 1988 davanti alla porta di casa. Ho conosciuto sua moglie quando ormai era vedova. Venne a trovarci con il figlioletto. Sì… qui, a Modena».

Esiste ancora il centro che porta il suo nome?

«Esiste e resiste ancora, ma in una veste alternativa. Quello che in origine era il Centro Studi Mendes oggi è infatti una cooperativa dedita al commercio equosolidale».

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