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«Pensioni, ora i giovani devono sapere»

Il presidente Inps ha analizzato i rischi per la generazione Anni Ottanta rispedendo al mittente le accuse dei sindacati

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Non accenna a fare passi indietro. Rimane fermo sulla sua posizione e anche da Modena, dove ha tenuto una lectio magistralis (Povertà e disuguaglianza Uno “Stress-test del sistema di protezione sociale) per la lettura annuale della fondazione Gorrieri, rilancia: «Dobbiamo intervenire ora per evitare che gli attuali giovani paghino un prezzo troppo alto in futuro e credo che sia compito di chiunque analizzi queste cose denunciare e allarmare chi oggi può prendere contromisure contro questa possibilità». A parlare è Tito Boeri, presidente dell’Inps, e alle accuse lanciate dai sindacati, Cgil in testa, che parlano di allarmismo, ha risposto - indirettamente e senza mai citarli - con i grafici, gli studi, insomma con i numeri che l’Istituto per la previdenza sociale ha analizzato. «Ci dicono che l’Inps non deve fare proposte al Governo per risolvere i problemi della previdenza sociale invece - afferma Boeri - penso che sia un dovere di chi ha le informazioni e i dati sotto mano».

E non è nemmeno l’unico tema su cui è ritornato. Boeri ha riproposto lo studio sulla generazione Ottanta - che in questi giorni ha costretto il Ministo Pier Carlo Padoan alla tiepida apertura sulla flessibilità in uscita - rincarando la dose: «Se una persona dovesse avere la sfortuna di un lungo periodo di disoccupazione, diciamo dieci anni, in pensione non ci andrebbe a 70 anni ma a 75». Scenario, quello dell’assenza dal mercato del lavoro per lungo periodo, ritenuto da Boeri «estremo per le giovani generazioni» ma che è «plausibile» per persone di età compresa tra i 55 e i 65 anni: «Non è così improbabile - spiega - visto che in molti casi, pur cercando attivamente il lavoro non riescono a rientrare nel mercato. Per queste persone la situazione è già ora difficile».

I problemi strettamente legati alle giovani generazioni come «la bassa copertura previdenziale, la scarsa protezione sociale e l’ingresso ritardato nel mondo lavorativo possono generare grosse difficoltà in futuro». Per questo, sottolinea Boeri, o si fanno «cose importanti ora per ridurre la disoccupazione giovanile o si avranno effetti sul lungo periodo significativi».

Sottoponendo poi il sistema previdenziale a uno “stress-test”, Boeri ha analizzato nello specifico la situazione italiana rapportandola a quella degli altri paesi dell’Unione europea. «Nel sud Europa e nello specifico in Italia, tende ad aumentare il numero di poveri perché ci sono meno strumenti che vanno in aiuto del lavoratore che ha perso il proprio posto. Non è il dualismo contrattuale, presente anche nei paesi del nord Europa, a generare gli effetti che abbiamo visto durante la grande recessione (2007-202014, ndr) ma i sussidi che mancano a chi esce dal mondo del lavoro. L’Italia è messa molto male da questo punto di vista. Peggio del Portogallo».

Per cui gli effetti subiti dall’Italia durante e nel post crisi dell’Eurozona erano «tutt’altro che inevitabili. In Italia non abbiamo strumenti adeguati di protezione sociale per chi è in età lavorativa e perde il proprio lavoro, soprattutto non abbiamo mezzi di assistenza di base di contrasto alla povertà come quelli che esistono nella stragande maggioranza dei paesi europei e in particolare nel nord Europa».

Il presidente dell’Inps ha poi raccolto la lettera di un pensionato monoreddito che chiedeva più uguaglianza nei trattamenti pensionistici.

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