Gerrini colpevole, ma non aiutò i mafiosi
Il tecnico di Finale condannato a 28 mesi per abuso d’ufficio continuato. Niente rimborso al Comune. Tutti i boss puniti
FINALE. Cinquantotto condanne, di cui 17 patteggiamenti e 13 assoluzione: è il bilancio del primo filone del processo “Aemilia”. Arrivano sentenze di colpevolezza per 305 anni complessivi e di tutti i boss, a testimonianza di come la ’ndrangheta sia ben radicata e operativa in Emilia. Il Gup ha infatti inflitto 15 anni a Nicolino Sarcone, 14 anni e due mesi ad Alfonso Diletto, 12 anni e 2 mesi a Romolo Villirillo, 12 anni a Francesco Lamanna e Antonio Gualtieri 12 anni. Condannato ad una pena pesante anche il pentito Giuseppe Giglio, 12 anni. Nicolino Grande Aracri, ritenuto il capocosca, che in questo processo non rispondeva di associazione mafiosa, ha avuto sei anni e otto mesi; il fratello Domenico, avvocato, è stato assolto. Quattro anni e 10 mesi a Patrizia Patricelli, moglie di Giovanni Vecchi della Save Group. Per il marito è arrivata una pena di 4 anni e 10 mesi. Condannata anche la fiscalista bolognese Roberta Tattini. Per lei una pena di otto anni e 8 mesi. Dieci anni sono stati inflitti a Giuseppe Richichi, assolto però sul capo d’imputazione che riguardava Bianchini: non era il collegamento tra la ’ndrangheta e l’imprenditore di San Felice.
Ma la Bassa era soprattutto interessata alla sentenza relativa a Giulio Gerrini, l’ex capo ufficio Lavori Pubblici del Comune di Finale. Il giudice lo ha ritenuto colpevole di abuso d’ufficio continuato, condannandolo a 2 anni e 4 mesi mentre i pm Antimafia avevano chiesto 3 anni e 6 mesi. Non è invece stata riscontrata, come era già avvenuto sia da parte del Gip che dal Riesame, l’aggravante per aver favorito l’infiltrazione. Gerrini, in sostanza, pur avendo fatto operazioni d’ufficio illegali - soprattutto per l’amico Bianchini, che dopo questa sentenza è ancora più nei guai, quantomeno per gli appalti vinti in modo irregolare - non era a conoscenza che nell’impresa di San Felice lavorassero personaggi vicini alla ’ndrina emiliana. Non andrà in carcere, il geometra che vive a Casumaro. E non dovrà neppure risarcire il Comune, che si era costituito “parte civile” visto che la Corte ha disposto provvisionali solo per i paesi in cui è stata certificata la presenza della ’ndrangheta. Quale sarà il suo futuro è ancora presto per dirlo: paradossalmente potrebbe tornare a lavorare in municipio - da cui è sospeso e al 50% di stipendio dal giorno dell’arresto nel gennaio 2015 - ma le valutazioni le dovranno fare i consulenti di Gerrini e l’ufficio Personale del Comune.
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