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Aemilia, le intercettazioni, il senatore: La ragnatela da strappare

Enrico Grazioli
Aemilia, le intercettazioni, il senatore: La ragnatela da strappare

 La questione non è se il senatore Giovanardi debba dimettersi da parlamentare dopo che la nostra Gazzetta ha portato alla luce le intercettazioni delle sue telefonate di pressione...

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MODENA La questione non è se il senatore Carlo Giovanardi debba dimettersi da parlamentare dopo che la nostra Gazzetta ha portato alla luce le intercettazioni delle sue telefonate di pressione sul Prefetto per soccorrere un’azienda in odore di mafia. Tanto, l’ineffabile Carlo continuerebbe a farle quelle telefonate: magari contando sul fatto che senatore uno lo si chiama anche quando il suo mandato è scaduto e lui, se non senatore, sarà sicuramente Giovanardi a vita.

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Il problema è la quantità e la qualità delle pressioni che sono state (e immaginiamo possano ancora essere) esercitate su quegli uffici: in questa vicenda o in altre simili (o magari neppure, perché non sempre c’è una magistratura come la Dda di Bologna che sa entrare nelle viscere del malcostume e del malaffare, smascherandolo e certificandone la colpa a prova di tribunale).

E quale e quanto ascolto a queste voci viene dato in quelle stanze. Perché Giovanardi quando mostra il suo inscalfibile stupore ci è, non ci fa: questa è la consuetudine, anzi, “come si permette un carabiniere di contestare l’opera di un parlamentare? – chiosa l’ex ministro – Ci sono degli analfabeti costituzionali”. Ai giornalisti non sappiamo se è dato obiettare sul suo agire, se sappiamo distinguere negli atti giudiziari le parole in nero dagli spazi bianchi, oppure se egli condivide il giudizio del suo protetto Bianchini (e non solo), su di noi in particolare: “C’è ancora della m... sui giornali? Come sempre la Gazzetta sarà stata la più m...». Un signore.

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A noi preme che la ragnatela di cointeressenze di cui vediamo è così avvolta la pubblica amministrazione venga strappata, impedendo che venga ritessuta continuamente: la trasparenza e le buone pratiche, non le cattive abitudini e i fraintesi compiti di rappresentanza del territorio, sono il primo passo per il riaffermarsi della legalità. E per rendere lo stesso territorio meno permeabile alla malavita più o meno organizzata. Ognuno faccia il suo mestiere, come hanno fatto gli uomini dell’Antimafia indagando su Aemilia. E come cerchiamo di fare noi giornalisti raccontando ciò che scopriamo: piaccia o meno ai tanti Bianchini che ci leggono e giudicano, convinti di essere solo e soltanto loro nel giusto.

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