Una vita da pompiere a Modena, a combattere i roghi tra indagini e segreti
Dopo quarant’anni a maggio va in pensione Mauro Benassi Per vent’anni ha seguito le inchieste sugli incendi dolosi
MODENA Ha già sistemato tutte le carte in ufficio. Com’è sua abitudine ha sistemato la scrivania e salutato i colleghi prima delle ultime ferie obbligatorie.
Per Mauro Benassi, entrato nei Vigili del Fuoco come volontario al momento del servizio militare nel 1976, è arrivato il momento di dare l’addio alla professione che ha abbracciato quando aveva 18 anni. Una vita insomma, con gli ultimi vent’anni spesi in un ruolo defilato ma strategico. È stato lui infatti a frequentare, tra i primi in Italia, il corso per diventare “investigatore degli incendi”; è andato a Parma quando le lezioni le teneva il colonnello Garofano e dei Ris e poi ha continuato silenziosamente il suo lavoro a Modena. Ogni volta che c’era un incendio significativo arrivava immediatamente sul posto per cercare l’innesco, chiarire la natura accidentale o dolosa del rogo, e portare al più presto il risultato del suo lavoro in Procura.
«Sa com’è - dice bonario - di arretrati ne avevo parecchi e l’unica soluzione era quella di accumulare i giorni prima di andar via. Così sono a casa dal 15 marzo, poi torno a fine mese per i saluti e dal 1° maggio sono fuori. Almeno dal lavoro quotidiano».
Nostalgia? Già ora?
«Sì. Tanta. Non si fa un lavoro come il mostro se non si è motivati sino in fondo. Non si può. So già che mi ritroverò con i colleghi quando capiterà l’occasione, allo stesso modo di come negli ultimi tempi ho incontrato altri che erano già in pensione».
E dopo? Volontariato?
«Nessun secondo lavoro, nè partite a carte, nè bocciofile. Nè associazioni di volontariato. Però sarò impegnato, parecchio credo».
Di più Benassi non dice, anche se il ruolo di diacono è conosciuto da tutti i pompieri modenesi. Durante i giorni duri del sisma è stato spesso al fianco del vescovo e ha distribuito la comunione nelle messe da campo che spesso sono state l’unico momento di riunione della comunità, anche sotto un tendone visto che le chiese erano inagibili.
Un ruolo quasi invisibile quello degli ultimi anni.
«In pubblico sì, anche se gli uffici giudiziari mi conoscevano bene. Le soddisfazioni più vere? Le indagini su circa 400 incendi di grandi dimensioni o mortali o dolosi: nel 90% dei casi ho potuto consegnare alla Procura della Repubblica esiti circostanziati sulle cause. Il mio ovviamente era un parere tecnico, ma in base a quello hanno potuto lavorare per le indagini».
Una lezione?
«Non sono mai abbastanza le lezioni sulla sicurezza. Dalle bombole di gas alle termocoperte non c’è l’abitudine a restare dentro i divieti per evitare i pericoli. Si salverebbero molte vite umane».
E il tempo per la famiglia?
«Da 31 anni, dopo il matrimonio, abito a Reggio e ogni giorno ho fatto 50 chilometri da pendolare pur di lavorare nella mia città. Per capirci: se perde il Modena sono in crisi, se tocca alla Reggiana non muovo un muscolo. Mia moglie? È stata sempre la mia roccia. Pensi che pochi anni fa, appena seduto per il pranzo di Natale, arrivò la chiamata per un incendio a Fanano con due vittime. Lasciai il piatto, scappai subito».
Saverio Cioce
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