È morto Alberto Cavallari il pittore scampato ai lager
Catturato dai tedeschi si salvo grazie alla sua arte raccolta in Fogli che poi donò al Museo del deportato di Carpi. Dopo la guerra una carriera di mostre e successi
Da Neubranderburg a Uttingen, da Trier a Creutzwald, da Sarreguemines a Limburg e a Buchenwald: è l'inferno dei lager tedeschi in cui è stato costretto a vivere, dal 1943 al 1945, Alberto Cavallari, morto ieri all'età di 91 anni. L'artista lascia la moglie Aurora, il figlio Dugles, la nuora Alga e i nipoti Enrica e Claudio. I funerali (il feretro parte dalle camere ardenti del Policlinico) si svolgeranno domani alle 15 nella chiesa della Madonnina. Inaudito il calvario di questo uomo che ha fatto della pittura il lavoro della sua vita e in essa ha trovato la salvezza dalle brutalità dei campi di concentramento, dove faceva ritratti agli aguzzini e registrava su fogli di fortuna le aberranti violenze in quei luoghi di sofferenza e di morte. Fogli (sono 56) che l'artista ha poi donato al Museo al Deportato di Carpi, dove sono conservati. L'armistizio dell'8 settembre 1943 aveva determinato smarrimento in particolare nei giovani. Cavallari allora 19enne si trovava, come recluta, a Bibbiano di Reggio Emilia. Con altri 100 compagni Alberto era in un oratorio per l'addestramento delle reclute, quando arrivarono i tedeschi che li portarono a Mantova, per poi trasferirli in Germania, «Un viaggio - confidava anni fa Cavallari - in vagone bestiame, con sosta a Linz (Austria) per avere dell'acqua. Arrivammo a Neubrandeburg, dove trovammo russi, polacchi e francesi. Due mesi nel campo di smistamento, dove abitavo vicino a baracche di polacchi con bambini. Alle guardie chiedevo pezzi di carta, una matita o un po' di inchiostro, come promessa di un ritratto personale, dei loro familiari e perfino di Hitler». Nuova tappa al campo di Uttinger, per intervenire, con altri prigionieri, sulle ferrovie danneggiate dai bombardamenti. Il viaggio del terrore portò al lager di Trier (tre mesi) e, quindi, a Creutzwald, ai confini della Francia (la Lorraine) per lavorare in miniera a 800 metri. «Mi era stato concesso il permesso di disegnare su pezzi di carta da imballaggio e materiali di fortuna che i sorveglianti mi davano, in cambio di un ritratto. Con i fogli mi allungavano anche pane e patate che distribuivo ai compagni della baracca». Da Creutzwald la fuga di Alberto con una sedicenne francese (lavorava in cucina) che morì dopo quattro giorni. Circa un mese di peripezie per Cavallari, mangiando rape e patate crude e fredde, prima di arrivare in Francia. In un campo, sulla strada Verdun-Nancy, una contadina gli diede pane e tè e gli permise di riposare in cantina. Di diverso avviso il marito svizzero, rientrato dopo poco, che chiamò una guardia tedesca per farlo arrestare. Trasferimento a Buchenwald e divieto di disegnare per l'artista che nascose la valigia, con i disegni, nella paglia. Inevitabili le torture. Quando stavano per arrivare gli americani, uccisero soprattutto i prigionieri russi e a Cavallari strapparono le unghie dei piedi. La sospirata liberazione, ma a 70 chilometri dalla Francia, l'artista tornò indietro per recuperare la valigia con i disegni a Buchenwald. In aprile del 1945 l'arrivo a Epernay sur la Marne (Francia) per restarci alcuni mesi e curarsi le ferite ai piedi. Il 2 novembre Cavallari raggiunse Bondeno, suo paese natale. Lavorò per alcuni anni con Carlo Rambaldi, il padre di E.T e negli ani '50 frequentò il pittore Antonio Ligabue. Si trasferì nel 1960 a Modena. Nel 1974 la mostra “Dai lager tedeschi e al Delta del Po” a Palazzo dei Musei a Modena e Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Poi mostre a centinaia e il successo d'artista.
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