I bimbi e la vita nei rifugi con Modena sotto le bombe
Quelle ore nei ricordi di Aldo, Giorgio e Vicky, rimasti amici anche dopo la guerra Le sirene e la corsa verso il riparo. Che una volta fu un fossato pieno di letame
Tre amici, Aldo, Giorgio e Vittoria, che negli anni ’40' erano appena dei ragazzini, fino a qualche tempo fa, all'approssimarsi della festa per la Liberazione erano soliti ricordare episodi della loro infanzia trascorsa a Modena negli anni difficili della guerra.
Quell'amicizia nata sotto la Ghirlandina, che ha resistito al tempo nonostante la vita li abbia portati a vivere altrove, si cementò tra un allarme aereo e uno sfollamento, tra macerie, fame e tante ore trascorse nel buio dei rifugi.
Nelle città, infatti, la protezione dei civili era basata su rifugi ricavati nelle cantine delle abitazioni, ma ne vennero allestiti anche di collettivi, sotterranei, e scavate trincee.
Secondo le disposizioni dell' U.N.P.A. la capienza di un ricovero era stabilita nel rapporto di due persone per metro quadrato. Ai tre amici capitò di trovarsi, secondo il tipo di rifugio, con altre 12, 20 persone.
Quando l'allarme aereo squarciava l'aria, non restava che racimolare rapidamente lo stretto necessario, soldi , qualche oggetto prezioso cucito magari nella fodera di un vestito e qualcuno non dimenticava di portare con sè il proprio cane.
Molto nota nei rifugi fu la cagnolina Lulla trasportata, dalla sua padrona, in una borsa di paglia.
Erano momenti concitati vissuti con l'angoscia di non raggiungere in tempo il rifugio più vicino. Proprio come accadde il 13 maggio del 1944 durante il bombardamento più devastante che Modena abbia subito e durante il quale venne colpito il centro storico della città.
Giorgio, Aldo e Vicky avevano tra i sei e dieci anni ma già conoscevano il significato di quei sei suoni intervallati: pericolo e, forse, morte.
È l'ora di pranzo ma, anziché sedersi a tavola quel giorno devono abbandonare, in fretta, le rispettive case per mettersi al riparo. Con i rispettivi genitori e tante altre persone s'incamminano; solo sette, otto minuti li separano dal rifugio: una casa colonica circondata da campi in una zona che oggi si estende tra via della Pace e viale Amendola. È una corsa affannosa: le madri hanno afferrato i bambini più piccoli, gli uomini si occupano dei più grandicelli e degli anziani. Non sono nemmeno a metà percorso che la situazione precipita: il bombardamento ha inizio.
Ai genitori angosciati non resta che gridare ai propri figli di gettarsi nel fossato che costeggia la strada ed è colmo di letame. È terrore quello che provano in quel momento e la più piccola del gruppo, ricorderà sempre quelle "bombe nere" che piovevano dal cielo.
Fu solo nel momento in cui udirono il fischio prolungato della sirena, il cessato allarme, che si resero conto di essere ancora vivi. Sudici di letame, ma vivi.
Altre sirene ed urla laceravano, però, l'aria: erano quelle dei soccorsi e delle grida disperate di coloro che scappavano lasciandosi alle spalle fuoco, macerie e morte.
In altre occasioni, ché furono centinaia le incursioni aeree su Modena, i tre ragazzini condivisero tante ore di attesa nei rifugi. Tristi pensieri accomunavano tutti quegli estranei: che ne sarà di noi? Se la casa sarà distrutta dove andremo? Il tempo in quei luoghi bui, angusti sembrava non passare mai soprattutto per i tre vivaci ragazzini.
Vicky, per poter leggere, aveva ideato con il padre l'astuzia di legare alla testa, con un elastico, una pila elettrica, così nel rifugio trovarono posto anche "I ragazzi della via Pal", "Per l'onore di Roccabruna", "Otto giorni in una soffitta. Gli amati libri aiutarono a dimenticare quell'infanzia offesa dalla barbarie degli adulti. Quei tre ragazzini superarono indenni la guerra ma, per tanti altri bambini non fu così: feriti, "passati per il camino" nei campi di sterminio, mutilati, non hanno avuto bisogno di cercare i mostri nelle favole. Li hanno incontrati, purtroppo, nella realtà.
(3, continua)
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