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Botte all’asilo, l’inchiesta si sgretola

Botte all’asilo, l’inchiesta si sgretola

Manuela Giacomozzi è libera: scompare l’accusa di maltrattamenti, archiviate le posizioni dei colleghi e della dirigente

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PAVULLO. Nessun maltrattamento ai bambini, giusto un abuso dei mezzi di correzione, peraltro da valutare.

E nessuna complicità, connivente silenzio di rilevanza penale per la collega, le tre bidelle e la direttrice della scuola.

Si autosbriciola così, prima ancora di arrivare all’udienza preliminare, l’inchiesta della Procura della Repubblica di Modena sulla maestra Manuela Giacomozzi, arrestata all’alba di lunedì primo febbraio, su istanza della stessa Procura della Repubblica e su disposizione del Giudice delle Indagini preliminari, a seguito delle denunce dei genitori e delle immagini registrate dalle videocamere posizionate dai carabinieri nell’asilo Mariele Ventre. Immagini e registrazioni audio che i magistrati avevano ritenuto sufficienti per agire con immediatezza e determinazione, disponendo gli arresti domiciliari. Immagini che erano state diffuse poco dopo l’arresto e avevano scandalizzato l’Italia. Ma che oggi hanno evidentemente già perso presa probatoria per sostenere l’accusa più grave, quella di maltrattamenti aggravati. Anche perché nel frattempo, con la nomina di un legale di fiducia, era immediatamente partita una controffensiva mediatico-legale, suffragata dagli avvocati della Camera Penale, tesa a censurare la diffusione del video. Un contrattacco che ha rimescolato parecchie carte e che oggi - assieme all’appronfondimento investigativo e alle spiegazioni della maestra nel corso dell’ultimo interrogatorio - determinano un quadro nuovo: Manuela Giacomozzi ora resta indagata per abuso dei mezzi di correzione, reato considerato di gran lunga meno grave. Parliamo - in generale - di pene base che precipitano dai 5 anni di reclusione ai sei mesi, con la possibilità di applicare nel secondo caso le pene sostitutive.

Ma quale è la differenza tra i due reati? Nel caso di maltrattamenti si parla di una molteplicità di fatti che producono sofferenze fisiche e morali, mentre nell’abuso di mezzi di correzione basta un episodio, purchè idoneo a provocare il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente. Poi bisogna distinguere le modalità della condotta e il cosiddetto elemento psicologico, ovvero in un caso il semplice “animus corrigendi”, nell’altro la volontà di maltrattare.

Fatto sta che la valutazione l’ha fatta e poi rivista la stessa Procura: «La Procura di Modena comunica di aver concluso le indagini relativamente ai fatti della scuola Ventre di Pavullo. L’approfondimento investigativo ha condotto ad una riqualificazione dei fatti contestati, ritenuti non più maltrattamenti ma atti di abuso dei mezzi di correzione. Questa qualificazione, in linea con la più recente giurisprudenza della Cassazione su fatti analoghi, determina per legge la decadenza della misura cautelare applicata (prima gli arresti domiciliari e poi il divieto di avvicinamento), la quale comunque non era stata impugnata ed aveva ottenuto l’obiettivo di interrompere una situazione di pregiudizio sulla base di gravi indizi. Altre posizioni sono state stralciate, rinviando all’autorità amministrativa ogni valutazione, ma escludendo che vi siano elementi sufficienti e idonei per sostenere l’accusa», scrive in una nota il Procuratore, Lucia Musti.

Infine le raccomandazioni rivolte ai giornalisti: «Si auspica che la cronaca e l’informazione su questo come su ogni altro fatto non voglia sostituire l’accertamento giuridizionale, ma raccontare e spiegare con equilibrio vicende spesso complesse e delicate», conclude il Procuratore.

Alberto Setti

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