Riccardo Zaccaria, il modenese che corre nel deserto
L'appassionato modenese di podismo è rientrato da poco dal Sahara dove ha completato un'impresa sportiva estrema: «Acqua razionata, cibo contato: riabbracciare la famiglia la gioia più grande»
MODENA «E’ il cielo, che colpisce. Quanto ti sta sopra, quanto ti avvolge, quasi come un guanto. Di giorno e soprattutto di notte, con il suo milione di stelle».
Parole e musica di Riccardo Zaccaria, uno di quei runners lucidamente pazzi, cui strade e percorsi battuti vanno decisamente stretti. La sua non è una canzone, ma suona altrettanto epica. Perché quando porti a termine la Marathon des Sables, puoi veramente dire di aver fatto qualcosa di grande.
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L’impresa. «Finalmente ce l’ho fatta – racconta Riccardo, rientrato lunedì sera in Italia dopo la settimana più incredibile della sua vita – Ce l’ho fatta a vivere da protagonista il deserto, in quel Sahara che è stato il mio primo sogno di bambino. Una passione viscerale, nata guardando la Parigi-Dakar da piccolo e che negli anni ho sfiorato diverse volte, correndo prima la 100 chilometri in Senegal e poi in Oman». Sette giorni nel deserto del Sahara, in regime di totale autosufficienza, con acqua contingentata e regole ferree di un’organizzazione tanto rigida quanto perfetta: 70 medici ed oltre 360 volontari. Questa è la leggendaria Marathon des Sables, alla sua 31esima edizione: 1.260 partecipanti al via ed iscrizioni per il 2017 già prese d’assalto.
Non per tutti... Il fascino dell’estremo. «E’ stata di certo l’esperienza più dura della mia vita – sorride l’atleta di Nonantola, targato Modena Runners Club, ripercorrendo i fotogrammi di un’avventura indimenticabile – Eravamo in 27 italiani, solo io da Modena. Ci davano una bottiglia d’acqua al mattino e quattro in gara durante i check-point, prima delle tre all’arrivo, che devono bastarti per ogni necessità fino al mattino seguente. Il cibo poi, sta a te gestirlo: puoi fare affidamento solo sui 4,5 chili che hai nello zaino alla partenza, dei 6,7 complessivi di peso. Avevo il sacco a pelo e poco altro, ho vissuto sette giorni e sette notti con gli stessi vestiti». Sei tappe, da domenica 10 aprile a venerdì 15, fra i 34 ed i 42 chilometri l’una, con il picco alla quarta, massacrante, da 85 chilometri.
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Il traguardo. Poi la tappa finale di sabato 16, fuori classifica, ma obbligatoria: 18 chilometri conclusivi in cui tutti hanno corso per l’Unicef, cui è stata destinata una parte cospicua della quota di iscrizione.
«Si parte alle 8 e mezza, mediamente 5 o 6 ore di corsa a tappa e di giorno il termometro tocca anche i 50 gradi, però un caldo secco, ventilato. Noi non siamo più abituati al vento, quello vero, nel deserto invece è una costante: ti dà una bella sensazione in corsa, anche quando ce l’hai contro. Ti fa sentire meno solo».
Poi arriva la notte ed inizia un altro mondo. «L’escursione termica è fortissima, si scende fino a 5 gradi. Dormivamo in tende berbere, praticamente un telo sulla testa, da otto persone l’una, con frequenti visite di scorpioni e simili. Alle 6 poi, l’organizzazione inizia a smontare tutto e trasferisce le tende all’accampamento successivo». Che si raggiunge in autonomia, con le energie fisiche e mentali residue. «Ogni giorno viene fornito il roadbook della tappa, con indicazioni precise. Non è difficile perdersi, nel deserto, quando la stanchezza si fa sentire. Nel tappone lungo, da 85 chilometri, mi è capitato di correre un paio d’ore dopo il calar del sole ed è stata un’esperienza indescrivibile. Quando scende la sera, c’è solo il buio attorno. Sei tu con la tua frontale e la bussola, un fascio di luce che illumina la vista appena quattro metri davanti a te e poi il nulla. Solo una starlight dell’organizzazione ogni chilometro e in dirittura d’arrivo il fascio di luce laser allestito al traguardo. Che sembra sempre a portata di mano, invece le distanze, di notte, in quella immensità, finiscono sempre per essere estremamente dilatate».
Le emozioni. Un’esperienza che lascia un’impronta indelebile. «Ho chiuso un ciclo iniziato a settembre, con sei allenamenti a settimana sotto la preziosa guida del mio coach Antonio Filippo Salaris, che sono diventati dodici da gennaio – conclude l’ultramaratoneta classe 1971 – sedute sul tapis roulant in casa, con la tuta da sci, due lampade a calore puntate addosso e la mascherina da muratore per simulare le condizioni meteo. È stata una settimana per certi versi surreale, nella quale l’unico contatto con il mondo esterno era alle sette di ogni sera, quando gli organizzatori ci portavano un plico di fogli stampati, con i messaggi che amici e familiari potevano indirizzarci dal sito della manifestazione. Non potevamo rispondere, ma leggerceli la sera era un’emozione enorme, che ci teneva a galla».
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I sentimenti. Domenica la fine del regime di autosufficienza e lunedì, infine, il rientro a casa, alla normalità. «La prima notte in albergo è stata tremenda, ho provato una sorta di claustrofobia: aprire il rubinetto e vedere scorrere l’acqua sembrava un miracolo. Riabbracciare la mia famiglia, mia moglie Sabrina e le mie figlie, Matilde e Noemi, è stato indimenticabile. Erano preoccupate, ma anche molto orgogliose. Spero di essere riuscito a trasmettere loro un messaggio: quando si vuole veramente qualcosa, con determinazione e serietà, tutto è possibile».
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