«Il mio sport tra passione e ironia»
L’ingrediente principale è non perdere la capacità di ridere, dei propri entusiasmi ma anche delle proprie sconfitte
La pagina curata dai ragazzi che compongono la redazione di “Fuori come va” in questo numero rivolge la sua attenzione al mondo dello sport. Sport che si rivela una grande risorsa terapeutica anche per il disagio psicologico. E sport che, dall’altra parte, permette di analizzare e riflettere su certe estremizzazioni della cosidetta “normalità” che sfociano, di fatto, nel disturbo e sono segnali di nevrosi o addirittura psicosi. Si parte da un’intervista a Ermes Ferrari, giornalista e, ovviamente, grande appassionato di sport.
Ermes Ferrari, giornalista e addetto stampa modenese, unisce alla passione per il racconto del mondo quella per la pallavolo e così ha affiancato alla sua professione quella di commentatore sportivo diventando una piccola celebrità nel mondo dello sport modenese.
La sua passione è nata fin da quando era piccolo, quando acciuffava il primo microfono che trovava per imbastire telecronache fatte in casa. Si ispira a due giornalisti sportivi italiani: Beppe Viola, «qualcosa di più di un giornalista - spiega- come ben sa chi lo ha potuto sentire», e Gianni Clerici «le cui telecronache di tennis - sottolinea - valevano da sole il prezzo del biglietto».
In poco tempo sei diventato un piccolo fenomeno mediatico. I tuoi “pagelloni” in video hanno un bel seguito di fan. Qual è il tuo segreto?
«Quelli sono nati complice la consulenza di Andrea Barbi, uno che di televisione se ne intende. È stato lui a dirmi di trasformare in video le pagelle semiserie che già facevo, ma solo per iscritto. Gran parte del merito, più che a me, va però al clima di entusiasmo e di coinvolgimento che quest'anno, finalmente, la squadra di pallavolo di Modena ha saputo generare dopo tanti, troppi anni di anonimato».
Che esperienza hai con il tifo e i tifosi in generale?
«Ci sono sport e sport. Sport nei quali il tifo è un mezzo per sfogare le proprie tensioni e manie di grandezza, come purtroppo accade con il calcio. In questo caso il tifo può diventare una patologia pericolosa, sia per sé che per gli altri. In altri sport invece c'è sempre il rispetto: sono stato orgoglioso, qualche tempo fa, di vedere i tifosi del Palapanini applaudire la propria squadra malgrado la sconfitta in finale con Trento e lasciare gli avversari festeggiare in campo».
Ci sono stati episodi in cui hai visto trasformare il tifo in un'ossessione?
«Anni fa, al Braglia, quando il Modena Calcio si stava avviando a vincere il campionato di serie B, i gialli stavano sconfiggendo tre a zero con il Cittadella. Nei minuti finali della partita un ragazzino della squadra veneta ha segnato una doppietta e al secondo gol il padre è scattato in piedi esultante. Non ti dico gli insulti e le minacce che gli sono state indirizzate. Ecco, quando avvengono cose così, il tifo va addirittura oltre il livello di guardia dell'ossessione».
Che consigli dai ai tifosi di ogni sport per viverlo in maniera sana?
«Innanzitutto avere sempre in mente che senza gli avversari (e l'arbitro) non ci sarebbe partita. Poi che è vero che il vincitore è soltanto uno, ma che può esserci gratificazione ed orgoglio anche in una sconfitta. Ma forse l'ingrediente principale è non perdere la capacità di ridersi addosso: ridere dei propri entusiasmi così come delle sconfitte della propria squadra. L'autoironia è determinante per vivere bene. E non solo nello sport, ma più in generale nella vita».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
