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La modenese Laura Ferrari: «Ero incastrata tra morti e lamiere: Elise mi ha salvato»

di Marcello Radighieri
La modenese Laura Ferrari: «Ero incastrata tra morti e lamiere: Elise mi ha salvato»

Prima intervista alla 23enne di Modena che  racconta i momenti terribili sul “bus della morte”. Ed ora un nuovo obiettivo: «Mi impegnerò in una campagna per la sicurezza stradale»

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BARCELLONA. «Vorrei tornare a Barcellona, prima o poi. In questa città sono stata bene». Laura Ferrari parla, cammina e scherza. Già che c'è, si concede anche qualche piano per il futuro. E dire che dall'incidente è passato poco più di un mese. Era il 20 marzo, e questa studentessa 23enne, iscritta al quinto anno di giurisprudenza presso l'Unimore, stava rientrando in autobus da Valencia, dove aveva passato la serata per visitare il festival di Las Fallas. Viaggiava verso Barcellona, la città scelta per il suo soggiorno Erasmus, in compagnia di un’altra cinquantina di studenti. Nella capitale della Catalogna, però, quel mezzo non arriverà mai: al chilometro 333 inizia a sbandare, si ribalta, invade la corsia opposta e finisce la sua corsa contro un'altra auto. Dopo ore di incertezza si conteranno 13 morti, tra cui sette ragazze italiane, e 34 feriti.

Cosa ricorda di quella notte?

«Mi sono svegliata per il brusco cambio di velocità, e subito dopo sono arrivati i primi colpi in testa. Tutto il resto è ancora un po' confuso. Intorno a me vedevo gente volare da una parte all'altra del pullman. Letteralmente. Era impressionante, anche perché non riuscivo a sentire le grida, quei colpi in testa che mi arrivavano da tutte le parti coprivano i rumori. Ho provato ad aggrapparmi a qualcosa, a qualcuno. Ma è stato impossibile, non riuscivo a trovare un appiglio, un pezzo di qualcosa, non ci riuscivo proprio».

L’autobus si è ribaltato e ha strisciato per alcuni metri, poi si è fermato.

«Si, i finestrini si erano sfondati, e io mi sono ritrovata incastrata tra morti e lamiere. Ricordo che gli altri passeggeri mi guardavano ma non mi aiutavano. Erano tutti sotto shock, ovviamente. Alcune persone mi sono passate di fianco, li ho sentiti mentre dicevano che ero spacciata».

Qualcuno, però, si è fermato...

«Si, Elise, la mia migliore amica di Barcellona. Mi ha soccorso, aiutandomi ad uscire dalle lamiere e provando a tamponarmi le ferite, perché perdevo sangue in tutto il corpo. Non so davvero dire quanti litri ho perso, so però che nei giorni successivi in ospedale me ne hanno trasfusi tre». La stessa ragazza, belga, aiuterà poi anche altre persone, tra cui l’autista del pullman. Sarà sempre lei a rispondere su Facebook all'appello di Lorenzo Ferrari, preoccupato per la mancanza di notizie sulla sorella. «Poi è arrivata anche una finlandese, che mi ha abbracciato da dietro tenendomi sveglia e ferma. Quando è passata la prima ambulanza le ha fatto cenno di fermarsi. Da lì mi hanno portato a Tarragona per un intervento d'urgenza, e poco dopo mi hanno trasferita qui a Barcellona in elicottero, e mi hanno operata. Per 13 ore, mi hanno detto».

Intervento riuscito, giusto?

«Sì, dicono di sì, io però non ricordo niente, sono stata tenuta in coma farmacologico per 10 giorni. Mi sono svegliata che era aprile. E i miei (padre, madre e Lorenzo, ndr) erano qui con me».

Da quando si è svegliata è passato quasi un mese. A che punto siamo?

«Ho subito altri interventi, però sono qui, leggo, cammino quasi normalmente, scherzo. Certo, è dura, ma rimango di buon umore. Anche perché mi sono state vicine un sacco di persone. I compagni dell'Erasmus vengono spesso, e qualche amico è arrivato perfino dall’Italia».

La sua storia ha commosso molti

«Già, non mi aspettavo tutta questa attenzione. Su Facebook mi scrive anche chi non mi ha mai conosciuto. Prima o poi troverò il tempo per rispondere a tutti. Sicuro».

Conosceva qualcuna delle sette vittime italiane?

«No, non bene, solo qualche chiacchiera con alcune di loro. So che ieri si è tenuta una cerimonia nell'Aula Magna dell’università di Barcellona per ricordare le tredici vittime. Ovviamente non sono potuta andare, ma ero li con il cuore».

Ha già espresso il desiderio di tornare a Barcellona, una volta finita la degenza

«È vero, vorrei tornare qui per un mesetto o anche di più. Voglio finire di scrivere un capitolo della mia tesi, incentrato sui rapporti giuridici tra Ue e Catalogna. E poi intendo prendermi un impegno, affinché si possano evitare, per quanto possibile, incidenti come quello che è accaduto a me. Mi piacerebbe mettere in campo un'opera di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale, magari con l'aiuto degli amici, di chi mi sta intorno, di chi come me è sopravvissuta a quella notte».

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