“Non ci avrete mai” Il volume di Chaimaa contro gli attentati
Il lavoro è nato dalla lettera scritta dopo gli attacchi di Parigi «Quella violenza non è accettabile: non si uccide per l’Islam»
Quella lettera scritta di getto ai suoi coetanei e ai suoi correligionari dopo gli attentati di Parigi è diventata un libro in cui racconta la sua vita e quella della sua famiglia. Una biografia? Non certo un esempio che scende dalla cattedra: per Chaimaa Fatihi, modenese adottiva visto che qui studia legge all’università, la sua storia è emblematica del lungo cammino verso un’integrazione possibile.
Quando il sangue delle vittime era ancora per strada affidò ai social network tutta la sua collera. Un’indignazione incontenibile contro gli attentatori, che dicevano di agire in nome della sua stessa fede: «L’ho detto allora, l’ho ripetuto in ogni sede, in ogni occasione in cui sono stata chiamata a parlare: non si uccidono innocenti in nome dell’Islam. Quella violenza non la possiamo accettare, per nessuna ragione: mi sento italiana, musulmana ed europea e sono contenta dei valori occidentali che condivido, anche se porto il velo perché seguo i dettami della mia religione».
“Non ci avrete mai” è il titolo del volume di 182 pagine appena pubblicato da Rizzoli e nei prossimi giorni in libreria, che Chaimaa ha messo insieme tra le settimane successive alle stragi del Bataclan e i mesi appena passati, ricavando lo spazio per la scrittura nei pomeriggi di studio. «Finora ho fatto sette esami, ora devo cominciare quelli del secondo anno» precisa al telefono.
Una coesistenza pacificata anche se non facile per lei, tra l’identità sociale e nazionale («Sono felice di essere italiana, questo è il mio Paese») e quella religiosa, offesa ogni volta che qualcuno che si professa fedele dell’Islam imbraccia un kalashnikov o lancia le bombe contro i civili inermi.
Dall’arrivo in Italia assieme alla madre per ricongiungersi al padre che lavorava nel Mantovano, sino all’incontro-scontro degli ultimi anni quando il velo le è stato anche contestato. «La mia identità è fatta di più radici - ammette - e questo vale per la stragrande maggioranza dei giovani mussulmani nati o cresciuti in Italia. Nel nostro paese non c’è stato un piano calato dall’alto, pensato e organizzato per l’integrazione degli immigrati. Quindi ognuno si è arrangiato come ha potuto e voluto per trovare il suo equilibrio. Moltissimo resta ancora da fare, per ciascuno. Credo che lo sforzo maggiore tocchi a noi giovani, per dare il meglio di noi nella vita sociale e professionale. Lo so, sono anni duri, difficili, ma non dobbiamo permettere che le difficoltà dell’economia siano un pretesto per lasciarsi andare: la lotta per il lavoro deve unire tutti al di là delle appartenenze. Allo stesso tempo dovremmo metterci tutti in gioco per conoscerci a vicenda, senza nascondere le differenze. In questo la scuola sarà fondamentale. Se i docenti andranno oltre la didattica avremo cittadini preparati e la religione non verrà usata come un’arma».
Saverio Cioce
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