«Prima che vescovo era un amico»
Il ricordo dello storico massaggiatore Barberini: «Veniva spesso a casa nostra»
«Un bolognese che amava i modenesi». Gianni Barberini ricorda così Benito Cocchi, il vescovo emerito scomparso dopo una lunga malattia giovedì scorso.
Per Barberini era sì un vescovo ma, prima di tutto, un amico. «Era molto legato a me e alla mia famiglia - racconta Barberini, storico massaggiatore del Modena calcio - passava a trovarci spesso a casa». Tutto è iniziato con l’ingresso del sacerdote di Minerbio quale successore di Bartolomeo Santo Quadri. «A giugno andammo a Roma insieme - ricorda Barberini - per prendere il Palio arcivescovile». I segni della tradizione non erano molto amati dall’ex presidente nazionale della Caritas. «Era umile - riconosce - e non amava le “bestie rosse”, come l’attuale vescovo». Il richiamo non è a una creatura infernale, ma alla berretta cardinalizia. «Si copriva bene dal non farsi vedere con il copricapo rosso - assicura il massaggiatore - perché diceva di essere allergico al rosso».
Le sue omelie sono state apprezzate su più fronti. Barberini ricorda che ce n’è una che forse non avrebbe voluto scrivere. «Ci sono state tante battute quando doveva preparare il funerale per Pavarotti - aggiunge l’amico-collaboratore - ha detto persino “non ci sono per nessuno, neanche se mi telefona il Papa”. Non voleva toccare nel discorso né la compagna né la moglie di Pavarotti. Non avrebbe voluto fare in duomo, ma ha avuto ordini diversi». L’8 settembre 2007 c’è stato un clima di forte raccoglimento, cittadino e (almeno) nazionale. Le presenze erano stimate intorno a cinquemila persone. «C’era Bocelli a cantare durante la messa - rammenta Barberini - e c’era Francesco Rutelli (allora vicepresidente del Consiglio, ndr), assieme ai sindaci e alle istituzioni. Il duomo era stipato». Barberini ha seguito don Benito anche da massaggiatore: «Quando soffriva gli facevo massaggi; almeno due volte all’anno, quando aveva dolori. Gli ultimi due anni del suo episcopato lo accompagnavo in macchina». Se c’era un aspetto che li “divideva” era la passione calcistica.
«Era bolognese purosangue - spiega il “canarino” - ma amava i modenesi e li stimava. C’era un rapporto genuino e puro. Valutava i modenesi come chiari, schietti e sinceri. Ogni tanto c’era un po’ di verve perché teneva il Bologna». La grandezza di don Benito si nota per Barberini da alcuni aspetti. Come la disponibilità. «Nella vita pubblica o nella vita privata era così - riconosce il massaggiatore - potevo chiamarlo tranquillamente, sapevo anche l’orario per evitare di disturbare. Aveva il telefonino, ma non l’utilizzava». Un’altra dote era l’ironia. «Una volta vincemmo con il Modena contro il Bologna - spiega Barberini - la gara finì 3-2 ed eravamo a Pasqua. Fecero la caricatura di Cocchi e non se la prese. Un mercoledì alla stazione, era un mercoledì delle ceneri, due ragazze lo avvicinarono e gli dissero “Pensiamo che lei sia un sacerdote”. È andata avanti una discussione. L’umiltà del personaggio è consistita nel suo stare al gioco».
Gabriele Farina
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