Crac Capatano: 4 a processo per bancarotta
Rinviati a giudizio due ex titolari di azienda ceduta al gruppo al centro della maxifrode nazionale
Sbarca in tribunale a Modena il “caso Capatano”, secondo i magistrati di Padova e Napoli una delle più grandi manovre fraudolente in campo fallimentare. Davanti al giudice ieri a Modena sono comparsi quattro imputati, tutti rinviati a giudizio, per bancarotta fraudolenta: si tratta di due “teste di legno” che hanno condotto un’azienda modenese al fallimento per conto del Gruppo Capatano e i due ex titolari. Al centro dell’indagine, 150mila euro circolati intorno a questa vicenda che ha lasciato il cerino acceso nelle mani dei creditori, mai risarciti.
Come nel troncone principale di inchiesta al centro di un maxiprocesso a Padova, anche a Modena la frode consisteva nel prendere un’azienda “decotta” sull’orlo del crac, farsi dare il 15% del passivo dai titolari, intestarsi la società, spremerla e portarla all fallimento. La prima udienza è fissata per il 27 ottobre. Per ora è l’unico caso modenese di un sistema che ha prodotto bancarotte guidate e che ha portato a 14 arresti tra i quali quello del fondatore Giuseppe Capatano.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri di Padova, attraverso dei referenti locali, il gruppo proponeva alle aziende del Nordest in difficoltà a causa della crisi economica dei progetti di salvataggio, ottenendo significativi compensi (in genere il 15%). Le società che hanno avuto contatti recenti con il gruppo risultano per lo più “inattive o cancellate”, trasferite in località remote, presso domicili inesistenti o presso società di domiciliazione (mail boxes), in attesa degli eventi o, meglio ancora, in attesa che trascorra il periodo previsto per legge per evitare il fallimento (un anno dalla comunicazione della cessazione dell'attività), presupposto essenziale perché l'operazione possa ritenersi conclusa con successo, sia per gli imprenditori utilizzatori del servizio - che evitano così di onorare gli impegni presi verso i creditori e in particolare verso il fisco - sia per gli indagati che possono incassare senza problemi il compenso pattuito dilazionato nel tempo. La soluzione proposta alle società in difficoltà è sempre la stessa: la sostituzione dell'amministratore unico con un nuovo soggetto indicato dal Gruppo Catapano che provvede a spremere il poco succo finanziario rimasto e a chiudere l’azienda senza pagare i creditori.
Nello specifico, il nuovo amministratore svuotava la società al lastrico costituendo nel frattempo nuove società, di regola due società di capitali. La prima società era sottoposta al diritto straniero (Srl e Ltd), con amministratori unici indicati dall'imprenditore, che provvedeva a girarle gli utili e le positività (beni immobili, macchinari di proprietà o in leasing, attrezzature, marchi ed altri cespiti), attraverso operazioni finanziarie. La seconda italiana, di fatto inesistente, su cui far confluire tutti i debiti e le passività. In questo modo, il gruppo illude gli imprenditori di poter continuare a gestire l'attività imprenditoriale senza il peso dei “debiti”. All'interno della nuova società, di regola inglese (Ltd), vengono trasferiti i patrimoni personali e dei garanti, mentre l’azienda italiana va a gambe a ll’aria. (c.g.)
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