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Da Carpi all’Australia per fare conoscere i nostri prodotti tipici

di Serena Arbizzi
Da Carpi all’Australia per fare conoscere i nostri prodotti tipici

«Qui manca un retroterra culturale enogastronomico Servono figure professionali che valorizzino la qualità»

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A 27 anni è partito da Carpi alla scoperta dell’Australia. O meglio, è arrivato nel sesto Paese più esteso del mondo per consentire a chi vi risiede di scoprire il fascino, la bontà e l’eccellenza qualitativa dei prodotto enogastronomici targati “made in Italy”. Pier Paolo Chiesi, un master in tasca in organizzazione e marketing dell’enogastronomia territoriale, è volato a Brisbane dove, lavorando presso diversi locali, sta divulgando i prodotti tipici nostrani in alcuni ristoranti del posto.

Pier Paolo, da che cosa nasce l’idea di trasferirti proprio nella terra dei canguri?

«La mia idea di viaggiare in Australia - risponde - risale a 3 anni fa. Inizialmente avrebbe dovuto essere un'esperienza post laurea. Una di quelle mete che ti prefissi di conseguire per poterti metterti alla prova seguendo il tuo istinto e basandoti sulle capacità maturate con il tempo. Per diversi motivi, dopo aver preso la laurea in Scienze della comunicazione, sono rimasto un altro anno in Italia. Durante questo periodo mi sono iscritto al master Comet a Parma in comunicazione, organizzazione e marketing dell'enogastronomia territoriale, promosso dal dipartimento di Scienze degli alimenti, per seguire la mia vocazione sulla valorizzazione dei prodotti tipici “made in Italy”. Ottenuto il secondo diploma non mi restava che fare le valigie e partire alla scoperta di un continente in continua evoluzione che sul tema del “food and wine management” è ancora agli albori e dove questo settore sta emergendo in modo molto fertile».

Che lavoro facevi a Carpi?

«A Carpi ho lavorato un anno al ristorante La Bottiglieria, prima del terremoto, come cameriere poi negli ultimi sei mesi prima di partire ho fatto un tirocinio presso l'enoteca Archer di Modena sotto la guida di Marina Bersani e con lei ho organizzato un importante evento a Castelvetro intitolato "Streghe di vino e di verso».

Come si concilia la tua decisione di emigrare con la professione che hai scelto?

«Si concilia perfettamente con il mio percorso formativo e professionale. In Australia, in particolare, manca un background enogastronomico. Nei menù sono presenti piatti contaminati da diverse culture, soprattutto quella americana e asiatica-orientale. Per non parlare dei ristoranti "Italiani": se pensate di trovare pasta al dente e sughi saporiti meglio evitare. Questo genere di locali come i "finti prodotti italiani" che si trovano nei supermercati sono solo un business fine a se stesso che non bada a qualità e tradizioni. C'è bisogno di figure professionali che riescano a difendere e valorizzare la qualità dei prodotti tipici espressione del “made in Italy” all'estero e spero di riuscire in questa missione. La mia permanenza in Australia ha la durata di un anno grazie al "Working Holiday Visa", che si può fare entro e non oltre i 30 anni. Un visto che ti permette, oltre che lavorare, anche di studiare in diverse scuole. Ho scelto di venire in Australia per le possibilità lavorative che offre: nel settore del food e wine c'è molta richiesta di figure professionali. Inoltre lavorando c'è la possibilità che il datore di lavoro fornisca lo "sponsor": un permesso per poter diventare residente nel giro di pochi anni».

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