Paola Giovetti: "Cultura e vivacità questi i segreti della mia Modena"
«Qui si vive meglio e di più che altrove Il paranormale? Tutto iniziò come un hobby»
MODENA. Per i più il suo nome è legato al mondo del paranormale di cui si occupa da decenni. Ma Paola Giovetti, scrittrice e saggista, è donna dai tanti e diversi interessi, di enorme e raffinata cultura. Toscana d’origine è innamorata di Modena fin da quando vi arrivò bambina. Lei è nata a Firenze, ma è modenese di adozione (padre violinista e docente al Liceo Orazio Vecchi).
Quale è stato l'impatto con Modena?
«A Firenze sono nata, ma quando avevo 6 anni, alla fine della guerra, con i miei genitori ci siamo trasferiti a Modena. Qui ho fatto tutte le scuole, fino al liceo Muratori, per poi laurearmi in Lettere moderne a Bologna, all'Alma Mater. Quindi non ho vissuto a Firenze, anche se il suo ricordo mi è rimasto impresso negli occhi e nella mente. Anche perché, spesso, ritornavamo a Firenze, per incontrare la nonna paterna ed anche i parenti materni. Mentre la nonna materna era modenese. Ricordo Modena come città molto più piccola, raccolta e tranquilla. Era una città provinciale, ma vivace, dove noi giovani ci si vedeva al “mitico” Caffè Molinari, i cui proprietari erano amici nostri. Mi riferisco soprattutto ad Alberto e Giovanni, amici miei e poi di mio marito. Mentre al Caffè Nazionale, nella “Saletta” si tenevano bellissime mostre dei maggiori artisti di allora, da De Chirico a Guttuso e Morandi. Con i modenesi meno giovani (soprattutto liberi professionisti e tanti alti Ufficiali dell'Accademia) che commentavano con arguzia e ironia, i fatti della città e, specialmente se giovani e procaci, le ragazze che transitavano sotto il Portico del Collegio, la “Vasca”. Ricordo le festine in casa degli amici come gli eventi, le grandi feste della Croce Rossa, della Lega contro i Tumori, del Patronato per i figli del popolo e, soprattutto, la festa annuale, all'Accademia, in occasione del Mac P Cento. Conservo una certa nostalgia per la piccola Modena di 50 anni fa, per il dialetto e quello spirito goliardico che si ricollega alla grandi tradizioni del territorio, dal Tassoni in poi».
Lei è stata insegnante, scrittrice e giornalista. Sempre attenta, appassionata studiosa e divulgatrice delle tematiche esoteriche, parapsicologiche. Quali tra queste sue attività privilegia?
«Ho insegnato per 17 anni. L'insegnamento mi ha consentito di curare i miei due figli e la mia famiglia, pur lavorando. Ed al tempo stesso mi ha consentito di arricchirmi nei rapporti con gli allievi. Contemporaneamente cominciavo ad occuparmi delle tematiche di confine. Poi avevo un contratto di collaborazione con La Domenica del Corriere, allora diretto da Antonio Terzi, che mi aveva voluto già al settimanale “Gente”, quando ne era direttore. Intanto cominciavo a pubblicare i primi libri: “NDE Testimonianze di esperienze di pre-morte” è stata la prima inchiesta, agli inizi degli anni 80. In seguito, costretta a scegliere, ho scelto il giornalismo e la scrittura, con il dispiacere di lasciare l'insegnamento. Ho cominciato a interessarmi di paranormale come hobby (in parte ereditato da mio padre, che ne era un appassionato cultore), poi da hobby è diventato una vera e propria attività di studio e ricerca. Conoscevo molte persone che già ci lavoravano e mi hanno coinvolto perché sapevo bene (lo insegnavo, anche) il tedesco. Molto materiale infatti era in tedesco. Quindi cominciai con le traduzioni. Poi, da lì arrivò tutto il resto. Forse il momento fondamentale è stato l'incontro con la Collana “Arcani” di Giovanni Armenia, in edicola. Con i volumi della collana “L'uomo e l'ignoto”, l'editore milanese ha affrontato i grandi misteri del paranormale ed ha contribuito alla diffusione di quei fenomeni occulti che sfuggono alla realtà scientifica e che, da sempre, incuriosiscono ed interessano l'uomo. Come avviene per le ciliegie, ogni collaborazione ne portava un'altra per un'altra testata. Così sono stata invitata a collaborare per “Visto”, “Astra”, “Il Giornale dei Misteri” (con cui collaboro ancora), la “Rivista Medica”, “Cuore e Salute” fondata dal modenese Gigi Prati, eminente cardiologo. Ora, a dirigerla c'è il figlio Francesco. Ancora collaboro con un articolo di cultura generale. Non ho mai voluto scrivere di medicina, di cui non so nulla. È una rivista prestigiosa di Roma ma fatta da sempre da modenesi emigrati a Roma: prima Gigi Prati poi Francesco che da vice direttore, nei mesi scorsi, alla morte del direttore Franco Fontanini, è diventato il nuovo direttore».
Il suo interesse per le tematiche esoteriche è arrivato anche a programmi televisivi come “Mistero” di Cecchi Paone. Come è arrivata in tv?
«Per caso. Conoscevo Ludovico Pellegrini, il “Signor No” di Mike Bongiorno. Leggeva i miei articoli e volle conoscermi. Da lì è nata la proposta: io davo i contenuti, lui la forma televisiva. Aveva le entrature giuste a RaiUno: così arrivò “Mistero”. È stato un successo di critica e di pubblico».
Cosa significano i libri e la lettura per Paola Giovetti?
«Ho sempre letto molto. Ho frequentato molti congressi. Poi ho intrapreso ricerche mie personali che sono diventate libri. La prima è stata sulle esperienze sul punto di morte. È un tema ricorrente nei convegni. La seconda è stata dedicata all'arte medianica, alle produzioni-creazioni artistiche dei medium e dei sensitivi. Sono personaggi che non hanno studiato né disegno né pittura. Creano di getto. Negli anni, l'interesse è via via aumentato. Così come le richieste da parte degli editori. Ho pubblicato con diversi di loro. Soprattutto con le “Edizioni San Paolo”, la “Rizzoli” e le “Edizioni Mediterranee”».
Lei partecipa, spesso come direttrice e/o coordinatrice, a diversi convegni. Quali sono gli obiettivi?
«Sono convegni di informazione e sensibilizzazione. Si propongono di informare, in maniera corretta e nel modo più chiaro possibile. I convegni servono anche per confrontarci tra noi studiosi e ricercatori. Molti, infatti, i partecipanti provenienti dall'estero. Ad esempio, il prossimo Convegno Internazionale che si svolge a Cattolica dal 23 al 25 settembre 2016, prevede la presenza-partecipazione di un grande medium inglese e di una cantante medianico ungherese, che ha un canto terapeutico particolare e, alla prova dei fatti e dei risultati, estremamente efficace».
Lei è direttore di “Luce e Ombra” la più antica rivista italiana di parapsicologia stampata proprio a Modena.
«“Luce e ombra” dal 1900 è l'organo di informazione e formazione della “Fondazione Biblioteca Bozzano-De Boni”, che ha 116 anni. Fondata e diretta per 32 anni da Angelo Marzorati, da 39 da Gastone De Boni (dal 1947 al 1986) e da Silvio Ravaldini (dal 1986 al novembre 2015) che a quasi 90 anni ci ha lasciato. L'eredità di Ravaldini è stata assegnata alla sottoscritta, che, dal dicembre 2015 è il nuovo direttore della rivista stessa. Ma collaboravo, con passione, dal 1986. Era stato lo stesso Ravaldini ad invitarmi a collaborare. Insieme abbiamo condiviso tante esperienze: le più preziose riguardano i viaggi di studio e per partecipare ad incontri e ai convegni, a Napoli, con protagonista il famoso Corrado Piancastelli, il medium dell'Entità A e, a Firenze, con Roberto Setti, il medium del Cerchio Firenze 77. La rivista ha sede a Bologna ma si stampa a Modena, presso “Il Fiorino” di Pietro Guerzoni. Ha una cadenza trimestrale e viene spedita gratuitamente agli aderenti alla Fondazione. La tiratura che corrisponde alla diffusione supera le mille copie. Di queste novantasei sono inviate ad altrettanti modenesi».
Dai tempi di Platone l'uomo ha sempre cercato di definire e raggiungere la felicità. Cos'è la felicità, la gioia di vivere per Paola Giovetti?
«Credo sia impossibile dare una definizione della felicità assoluta. Si dice che l'uomo più felice al mondo sia il lama tibetano Yongey Minguyur Rinpoche. Si dice che l'animale più felice sia il quokka, un marsupiale col musetto da scoiattolo. Purtroppo, è in via d'estinzione. Si dice che la scienza abbia scoperto le cellule della felicità e che gli ingredienti da coltivare per essere felici siano sei: saggezza, coraggio, amore, giustizia, temperanza e spiritualità. Si dice che l'infelicità sta ferma ma la felicità si muove di continuo, motivo per cui viene creduta inafferrabile. Un vecchio motto popolare dice “felicità non è avere tutto ciò che si desidera, ma desiderare tutto ciò che si ha”. E potrei continuare. Voglio solo sottolineare che la felicità è soprattutto riferita al picco, all'attimo in cui ci si sente felici, mentre la gioia di vivere è uno stato d'animo sereno, creativo, costruttivo, benevolo, che si perpetua nel tempo».
Siamo animali sociali. Ciò nonostante, viviamo in un'epoca caratterizzata da egoismo e individualismo anche a Modena. Cosa ne pensa?
«Direi che, per l'ambiente in cui vivo io, mi sembra che Modena viva in modo attivo, propositivo e creativo. Si vive di più e si vive meglio, molto meglio che in altre città. Con una più alta aspettativa di vita rispetto al resto del Paese. I modenesi DOC sono estroversi, conviviali, accoglienti. Chi viene a stare a Modena ci si trova bene. La città come i modenesi sono caratterizzati dalla curiosità, dall'interesse in positivo. Non vieni lasciato solo. Enzo Biagi, che ha fatto il servizio militare a Modena e a Sassuolo, ripeteva sempre che, sull'Appennino modenese, se prende fuoco una stalla, tutti corrono in soccorso. Sono aspetti di vivacità, di massima cordialità, di apertura. Poi, la capacità di reagire. Basta pensare al recente, terribile terremoto».
Quale è l'importanza della cultura oggi? Quale la situazione a Modena?
«Sono nel Consiglio direttivo del Circolo Alberione. I “padroni di casa” sono i sacerdoti della San Paolo con cui collaboro benissimo. Dato il mio tipo di formazione a carattere storico-artistico-culturale, privilegio la presentazione e promozione di libri in base alla qualità più che alla notorietà. Mi sembra che, in questi anni, Modena stia pianificando e organizzando programmi culturali di grande interesse. Sia a teatro, sia nella musica, nelle conferenze. Modena, credo, sia una delle poche città, in Italia, ad avere viva e attiva una associazione culturale come il Circolo degli Artisti, che festeggia 60 anni di attività per la diffusione della cultura».
E la bellezza; cos'è per lei la bellezza?
«Il concetto di bellezza, oggi, è molto saponato. C'era nell'antichità e fino al XIX secolo. L'ultima bellezza è un dipinto di Modigliani. A partire dal 900, con il Cubismo, il Futurismo, il concetto di bellezza non è più condiviso. Dopo questa premessa, confesso che il centro di Modena mi piace molto. Mentre la periferia, come moltissime periferie d'Italia, degli anni 50-70 del secolo scorso, che sono, in genere, desolanti, alienanti, degradate, brutte. Ma, come ha sottolineato Renzo Piano, “sono anche ricchissime di una bellezza umana e spesso anche di una bellezza fisica, che è nascosta” e, come scriveva Italo Calvino “anche le più infelici città hanno sempre qualcosa di buono. Dobbiamo fertilizzare le periferie”. Il nostro secolo come ha detto il ministro Franceschini “deve essere il secolo della riqualificazione delle periferie urbane, dove vivono milioni di persone e dove si giocano le sfide più importanti, a cominciare dall'integrazione”. Anche a Modena, ultimamente, è in atto una organica opera di sensibilizzazione sulla bruttezza della periferia e si sta cercando di rimediare».
Anche Modena è toccata dal fenomeno della fuga dei cervelli. Per Lei è solo un danno o anche un'occasione?
«Tutte due le cose, insieme. Sarebbe bene che, soprattutto i giovani, andassero all'estero per completare ed arricchire i loro studi e poi ritornassero in Italia per offrire il loro contributo di intelligenza, di alta professionalità ed innovazione. Mi risulta, però, che, negli ultimi tempi, su 23 giovani modenesi che sono “emigrati” all'estero per specializzarsi, solo 4 sono rientrati in città. Ma questo è un discorso più grande di me».
LA SCHEDA: UNA CARRIERA TRA CARTA E TV
Paola Giovetti è scrittrice (di narrativa e saggistica), giornalista (della carta stampata e per la radiotelevisione) , operatrice culturale (tra l'altro, promuove e coordina gli incontri culturali del Circolo Culturale “Alberione” che ha sede presso il Centro di San Domenico, a Modena), autrice e conduttrice televisiva (famoso il suo programma “Historire” con Alessandro Cecchi Paone per RaiDue), organizzatrice e conduttrice di eventi e convegni di studio e approfondimento (tra gli altri, ricordiamo quelli di Cattolica, Modena e Riccione) In altre parole, da decenni opera su più piattaforme, sempre caratterizzata da grande umiltà che la porta a documentarsi con intelligenza, metodo, stile e pazienza, ascoltando senza alcuna presunzione chi, in certi argomenti, è umanamente e professionalmente molto preparato. Come tutti i giornalisti di inchiesta ed approfondimento non ha risposte assolute e “imperative” ai temi di cui si occupa, ma, piuttosto, navigando tra i dubbi, cerca di documentare uno o più approdi che giustifichino qualche certezza. Lavora con estrema umiltà sempre motivata e mossa dalla sua forte curiosità, dalla sua cultura e dalla sua naturale propensione per la “perfezione” e la verità più oggettiva possibile. Ha scritto quattro romanzi tutti legati alle tematiche del mistero che più la interessano ed oltre trenta opere di saggistica. È una grande estimatrice di Goethe cui ha di recente dedicato un lavoro “Johann Wolfgang Goethe. La vita come opera d’arte” pubblicato dalle Edizioni Pendragon.
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