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Modena, Sotto San Pietro riaffiora la chiesa del XIII secolo

Modena, Sotto San Pietro riaffiora la chiesa del XIII secolo

Gli scavi portano alla luce l’antica costruzione e per la prima volta saranno visibili durante la Notte Bianca: dopo il Duomo, è il luogo sacro più ricco di storia

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MODENA. Sono tornati alla luce, sotto l'abbazia di San Pietro, i resti della originaria chiesa duecentesca, le testimonianze del più antico edificio sacro della città dopo il duomo romanico di piazza Grande. I ritrovamenti - resi noti ieri dagli architetti Vincenzo Vandelli e Domenico Biondi, responsabili dei restauri dell'abbazia - sono dunque importantissimi perché permettono di ricostruire la storia del monastero benedettino di San Pietro, il più ampio e importante della millenaria storia modenese: in particolare sono emersi un lungo muro in mattoni dei primi anni del XIII secolo e alcune tombe di uomini di chiesa dell'epoca che erano conservate nella vecchia chiesa poi sostituita dall'edificio attuale.

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Anche i cittadini, in questo caso non dovranno attendere a lungo per vedere le novità: sabato sera, in occasione della notte bianca Nessun Dorma, avranno infatti la possibilità di vedere, accompagnati da esperti, queste nuove testimonianze appena emerse.

«Dobbiamo ancora concludere gli scavi in San Pietro - spiega l'architetto Vincenzo Vandelli dello studio Architetti Associati di Sassuolo - e per ora è emerso, oltre a numerose tombe duecentesche, il lungo muro della navata verso l'abside dell'antica san Pietro poi sostituita dall'attuale. Immaginavano, quando abbiamo operato ai restauri del cortile della spezieria di san Pietro che scavando avremmo ritrovato testimonianze importantissime come quelle che abbiamo individuato. Lo sapevamo perché in genere quando si costruiva una nuova chiesa quella più antica diveniva una sorta di grande contenitore per le reliquie religiose. Intanto, in occasione della notte bianca, faremo vedere dove sono questi resti e ne parleremo al convegno di domani e sabato».

Vandelli si riferisce all'incontro internazionale “Benedettini d'Europa. Antiche committenze, restauri, nuove funzioni”, coordinato da Vincenzo Vandelli e da Sonia Cavicchioli, docente di storia dell'arte all'Università di Bologna e realizzato in collaborazione con l'Università del Texas - Arlington e il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. L'occasione vedrà riuniti studiosi italiani e stranieri impegnati a presentare gli studi più aggiornati sull'arte nei monasteri benedettini, concentrati in particolare su quelli appartenenti alla Congregazione cassinese alla quale San Pietro di Modena aderì fin dal Quattrocento. Si ragionerà su artisti, come il modenese Antonio Begarelli, che hanno lavorato per i Benedettini, e sulla circolazione di idee e di modelli in tutta Europa. Si comprende dunque l'importanza del ritrovamento, tenuto conto che i documenti ricordano che già nel 983, oltre mille anni fa, esisteva a Modena un edificio dedicato a San Pietro nel quale peraltro secondo antiche testimonianze si recava a pregare anche San Geminiano, vescovo e patrono cittadino. Questi gli aspetti positivi della vicenda, ma c'è anche un annoso risvolto negativo. Se l'abbazia e la parte dell'area ancora gestite dai frati benedettini sono ben conservate lo stesso non si può dire proprio dire della stragrande edificazione del rinascimentale complesso di San Pietro, oggi di proprietà del Demanio statale. Lì la situazione è davvero disastrosa, da decenni: il degrado è tale che Italia Nostra ha inserito l'edificio nella “lista rossa” dei monumenti italiani a rischio.

Stefano Luppi

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