«Ho assistito allo scontro di Idomeni»
Simone Mizzottti è uno degli inviati della Fondazione Fotografia: «Ci sono famiglie esasperate»
MODENA. «Tre giorni fa - spiega il fotografo Simone Mizzotti, inviato da Fondazione Fotografia al campo profughi di Idomeni, sul confine tra Grecia e Macedonia - sono venuti in visita al campo alcuni membri del Parlamento Europeo e tutto pareva molto tranquillo.
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Poi in serata c’è stato un grosso scontro tra la polizia greca e alcuni rifugiati: ci sono state ore di tensione, alcuni hanno addirittura spostato un vagone di un treno abbandonato tentando di spingerlo verso i poliziotti. Dalla situazione delicata è nata una vera e propria rivolta degli immigrati, con lanci di pietre verso la polizia che ha risposto con lanci di lacrimogeni e di petardi per disperdere le persone.
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Gli animi erano molto accesi e la situazione è degenerata nel caos con lanci di sassi e lacrimogeni che hanno reso l'aria irrespirabile. Il tutto è durato oltre tre ore e alla fine le più danneggiate sono state le famiglie, donne e bambini, ospiti del campo». Mizzotti, 33enne di Crema, è da alcuni giorni a scattare foto - tra cui quelle che pubblichiamo in questa pagina e altre sul sito www.gazzettadimodena.it - nel campo profughi che ormai ospita con difficoltà 9mila persone. «Qui, in mezzo a tante persone per bene esasperate perché da mesi sono costrette a vivere all’interno di tende, ci sono numerosi criminali che, riferiscono i presenti, vendono droga e hanno avviato un giro di prostituzione».
«Il motivo della rivolta - continua Mizzotti - sta nel fatto che queste persone sono al campo da tre mesi e sono esauste dalla situazione: ovviamente ciò non giustifica azioni di questo tipo e alcuni ragazzi mi dicevano che ora sarà un vero problema per tutti perché incombe il rischio che la polizia sgomberi il campo».
In tutto questo caos da una decina di giorni il fotografo lombardo sta fotografando questa terribile realtà umanitaria: «Sto documentando - continua Simone - la realtà del campo, mandando mano a mano le foto alla Fondazione ogni sera, appena rientro nell’albergo dove dormo ad alcuni chilometri da Idomeni. I primi giorni qui non ho scattato, dimenticavo quasi la macchina fotografica perché per me era una esperienza nuova, non essendo un fotoreporter non ero mai stato in un campo rifugiati. Avevo molto pudore nel girare tra le tende e perfino non guardavo le persone negli occhi.
Poi ho iniziato a conoscere qualcuno di questi disgraziati e a parlare con loro». Poi Mizzotti ha iniziato a fotografare: «Mi interessano soprattutto gli spazi e a come le persone li occupano, per questo a Idomeni a parte il campo ho fotografato alcune stazioni di servizio occupate da tende. Cerco di documentare queste realtà, allargando a come i profughi hanno costruito e come vivono lì. Cerco di comunicare, per me è importante al momento di fotografare questa realtà».
Ha stretto rapporti con qualcuno?
«Sì c’è una famiglia Siriana - continua il fotografo - che vado spesso a trovare e a prendere il the, poi ho visto un ragazzo che costruisce giochi per bambini e hanno iniziato a crearsi attività di vendita di uova, pane, verdure, sigarette. Tutto è come una cittadina, ma con problematiche ben maggiori. Tanti sono gentilissimi».
Quanto tempo resti al confine tra Grecia e Macedonia?
«Tra pochi giorni lascerò il campo e prima di rientrare in Italia, la settimana prossima, andrò ad Atene a fotografare il porto del Pireo».
È un lavoro complicato?
«Non essendo, come dicevo, un fotoreporter ho avuto bisogno di alcuni giorni per capire, senza scattare immagini. Poi ho incontrato alcuni giornalisti italiani che sono qui ha tempo. Ho solo il rimpianto di non essere finora riuscito a entrare nei campi profughi governativi, sempre qui in zona vicino all'aeroporto, gestiti in proprio da militari». (s.l.)
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